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Provincia di Agrigento: i comuni della provincia:

(tratto dal sito della retecivica della Provincia Regionale di Agrigento)

Agrigento

       Il comune di Agrigento è posto nello fascia costiera meridionale della Sicilia, fra il livello del mare ed una altitudine di 674 metri Il suo territorio occupa una superficie di quasi 245 kmq. La popolazione è composta da poco più di 54 mila abitanti nel solo centro. La città presenta un aspetto urbanistico medievale, ma è nota soprattutto come la città dei Templi. Purtroppo, però, una massiccia e caotica espansione, avvenuta nell'immediato dopoguerra, ha trasformato l'immagine di Agrigento a danno anche dell'equilibrato rapporto che, nei secoli, era stato realizzato tra il centro urbano e la Valle dei Templi. Appartengono al Comune anche le frazioni di Montaperto. Giardina Gallotti, Villaggio Mosè, Villaggio La Loggia, Villaggio Peruzzo, Villaseta, San Leone (che costituisce la zona di residenza estiva degli abitanti), Monserrato, Fontanelle. È, principalmente, centro amministrativo. Vi si trova, infatti, una vasta gamma di servizi tecnico amministrativi. E dal rapporto d'impiego con enti pubblici deriva il reddito della maggior parte della popolazione attiva. L'agricoltura è rappresentata da colture e produzioni tradizionali (mandorle, frumento, olive),e da coltre di tipo irriguo (ortaggi, frutta, uva e agrumi). L'industria vera e propria è del tutto assente. Nonostante i notevoli sforzi essa continua. infatti, a rivestire carattere prevalentemente artigianale. L'edilizia, che un tempo costituiva uno dei settori economici ed occupazionali più importanti, da tempo è interessata da una profonda crisi. L'attività commerciale ha conosciuto un discreto progresso. ma risente della mancanza di servizi e di infrastrutture. Il contributo delle attività turistiche all'economia è importante, ma questo settore rimane ancora poco valorizzato, nonostante le notevoli risorse. Si parla, infatti, di turismo di transito e non di soggiorno. Nonostante la creazione, negli ultimi anni, di diversi alberghi, la città si presenta carente e poco idonea a rispondere alla domanda turistica e alle esigenze del settore.

 


Alessandria della Rocca

       Alessandria della Rocca è un piccolo centro posto a 533 metri sul livello del mare, e dista 65 chilametri da Agrigento. La sua fondazione si deve al barone Blasco Carlo Barresi che, nel 1570, attenuta lo jus populandi, fece costruire sul suo feudo le prime case dando al nuovo piccolo borgo il nome di Alessandria della Pietra. Cento anni dopo, un fatto miracoloso avvenne nella piccola Alessandria e fu all'origine, tra l'altro, del cambiamento del nome del paese. Una donna del popolo, cieca e assai povera, ebbe l'apparizione della Madonna, mentre era andata in campagna can la figliola a raccogliere qualche verdura. La Madre di Dio le disse di scavare sul luogo dove si trovava e proprio sullo stesso posto, fu rinvenuta una statua della Vergine che risaliva, probabilmente al VI secolo ed era di ottima fattura, oltre che di grande valore. Ancora oggi i fedeli del paese venerano quella statua e, per far memoria perenne dell'evento, mutarono il nome del paese in quella di Alessandria della Rocca poichè la statua venne trovata in contrada Rocca Incavalcata. Il miracoloso rinvenimento fu all'origine anche di un contenzioso tra il barone don Blasco Carlo Barresi, che rivendicava la proprietà della statua, essendo stata scoperta su un suo feudo, e la popolazione locale. Il barone aveva già portato la statua in un suo palazzo a Palermo, ma il popolo si sollevò e costrinse don Blasco a consegnare la statua della Vergine alla chiesa che pensò a far costruire un Santuario, da secoli divenuto meta di pellegrinaggio la Madonna della Rocca è la Patrona del paese. La popolazione di Alessandria della Rocca vive di attività agricola. Il paese conta poco più di cinquemila abitanti.

 


Aragona

       Alle falde del monte San Marco, nella regione collinare tra i fiumi Platani e Salso, si estende il centro di Aragona. Dista appena 16 chilometri da Agrigento ed era, un tempo, una rinomata zona di miniere di zolfo. La fondazione di Aragona risale agli inizi del 1600, per volontà del Conte di Comiso Baldassare Naselli. Questi, ottenuto da Filippo III il diritto di popolare il suo feudo di Diesi nel 1606, fece costruire le prime case e diede al piccolo borgo il nome della madre, Beatrice Tagliavia d'Aragona Branciforti. La famiglia Naselli dominò nel paese sino alla fine del secolo scorsa. La baronia era stata elevata a principato dal re Filippo IV. Il palazzo del principe, che ancora oggi domina il paese, fu il segno per tutti evidente della magnificenza dei potenti Naselli. Nel 1872, però, il sacerdote Luigi Burgio Naselli istituì nel principesco palazzo dei suoi avi un ricovero per orfanelle. Questa bella costruzione del Settecento è stata decorata dal Borremans. Non tutto il ciclo decorativo è stato conservato, tuttavia diversi ambienti ne conservano ancora le tracce. Del Settecento è anche la Chiesa Madre di Aragona che ospita, tra l'altro, un presepe dello stesso periodo di fondazione e una bella rappresentazione della trasfigurazione di Raffaello, realizzata dal pittore Crestadoro nel 1793. Altre opere d'arte si possono ammirare nella Chiesa del Carmine Qui si trova una statua di San Giuseppe dello scultore piemontese Bagnasco. Nel territorio di Aragona si trovano, infine, le "Maccalube", una curiosità naturale ammirata e studiata da diversi secoli. Ad Aragona, dopo la chiusura di molte miniere, è fiorente soprattutto l'attività industriale di carattere artigianale, nonchè l'agricoltura. Numerosi, ancora oggi, sono gli emigrati.

 


Bivona

       Se ha ragione lo storico Maurolico, Bivona fu una delle città fondate dal tiranno di Siracusa Gelone e nell'antichità si chiamava Hipponium. Se si prescinde da queste lontane tracce, però, bisogna far riferimento ad un documento del 1160 per trovare un atto che citi il paese. Da questo testo si evince che era un piccolo casale di origine musulmana. Occorre poi fare un salto di due secoli, quando il paese è sotto il dominio dei Chiaramonte. Verso la fine del 1300 la baronia passò a Nicolò Peralta e quindi, nel 1404, ad Artale di Luna, da cui ebbe origine il famoso "caso di Sciacca", di triste memoria. Bivona fu al centro di questo celebre episodio. Di quegli anni rimane traccia solo attraverso i resti di un antico castello edificato da Corrado D' Auria. La famiglia Luna rimase al potere a lungo e Pietro, nel 1530, ebbe il titolo di Duca. L'investitura possò poi ai nobili Moncada nel 1621. Quindi vennero in successione le famiglie Alfan de Ribera e De Toledo, che furono gli ultimi Duchi ad esercitare la signoria sul paese e non vengono ricordati certamente per le loro capacità amministrative. Il paese conserva ancora buone tracce del suo passato. Vi si trovano soprattutto chiese medievali e moderne. Di notevole interesse artistico è soprattutto la Chiesa Madre, del secolo XII, realizzala da Giovanni Chiaramonte e quindi in stile chiaramontano, la chiesetta di San Bartolomeo, con il suo portale cinquecentesco, la Chiesa di Santa Rosalia di antiche tradizioni. Quest'ultima venne costruita in onore della "Santuzza", che nel 1576, invocata dai fedeli, ebbe il merito di aver fatto cessare la peste. Bivona, per questo, l'ha eletta a propria Patrona e festeggiata la sua festa il 4 settembre, con fiera e mercato. Bivona conta circa cinquemila abitanti. Le attività principali sono quelle agricole. artigianali e zootecniche.

 


Burgio

       La tradizione vuole che Burgio sia stata fondata dai superstiti dell'antica città sicana di Scirtea. In ogni caso ebbe le sue origini in epoca musulmana e il suo primo sovrano fu Hamud, della dinastia di Ali, del ramo degli Edrisiti. Questo signore era stato cacciato dalla Spagna, dove aveva regnato sul grande e prestigioso califfato di Cordova. Caduto in disgrazia, si rifugiò in Sicilia e divenne il signore di Burgio. Ma, pochi anni dopo, dovette anche lui soccombere, quando le armate di Ruggero il Normanno invasero l'isola. Hamud oppose strenua resistenza, ma alla fine decise anche di convertirsi al cristianesimo. La Signoria di Burgio venne affidata, da Ruggero, a Federico d'Antiochia, che era già conte di Mistretta e Caltabellotta. Quindi, nel 1337, giunse nelle mani del barone Raimondo Perolta. Questa famiglia rimase a lungo al governo di Burgio, finchè non dovette cedere ogni privilegio ai baroni De Cardona. Antonio De Cardona venne investito nel 1518. Questa famiglia ha avuto il dominio incontrastato sul territorio per circa tre secoli. Ultimo barone fu Filippo Colonna d'Este, che decadde nel 1812. Il centro storico è costellato dalle caratteristiche strette viuzze, dalle anguste case e dai solidi archi scuri che ritroviamo in tutti i borghi di origine araba. Molte anche le chiese, alcune risalenti all'epca normanna, come la Chiesa Madre Questo tempio e ricco anche di molti pregiati affreschi e di opere del Gagini. Presso il paese sorge il Santuario dello Madonna di Rifesi, nel quale si conserva per alcuni mesi ogni anno il Crocifisso di Rifesi, molto venerato. La popolazione di Burgio è dedita soprattutto all'agricoltura, all'allevamento, all'artigianato e all'edilizia.

 


Calamonaci

       Lo stesso nome di Calamonaci sembra essere di indubbia provenienza araba Kal-at-Munach, fortezza di fermata o di sosta; stazione di fermata dove si rilevano i cavalli. Sorge su un'altitudine di 307 metri a 54 chilometri da Agrigento e a 4 da Ribera, il suo territorio si estende dalla montagna Chirchillo a Scirinda e dal fiume Verdura alla Salina Sorge, quindi, tra rigogliosi vigneti e secolari uliveti e la sua economia è prettamente agricola. Si producono, in particolare, vino, olio, agrumi, mandorle. Nel 1287 l'antico feudo venne venduto dal re Giacomo di Aragona a Berengario de Villaragut che aveva seguito il suo sovrano in Spagna. Nel 1296 Federico II lo concesse a Berengario de Spuches con la clausola dello jus francorum. Successivamente passò ai baroni Inveges e Perollo di Sciaccca. Non fu mai molto popolato, rimanendo per alcuni secoli nelle dimensioni di un modesto casale e passò in proprietà a diversi feudatari. Il 6 febbraio 1574 Antonino De Termini ottenne lo Jus populandi, ossia il diritto a fondare e popolare il feudo di Calamonaci. Dieci anni dopo, iniziarono i lavori per la costruzione della Chiese di San Vincenzo Ferreri, unica Chiesa del paese. Nella prima metà del 1600 Calamonaci contava poco più di 650 anime. In questo secolo sorse anche un piccolo convento di Carmelitani, che ebbe però poca vita. La storia del paese è legata, fino al secolo scorso, alle vicende delle famiglie locali che ne hanno acquisito il possesso. La città moderna si presenta al visitatore ben squadrata, divisa in quattro zone da due arterie principali (Corso Francesco Crispi e Via Garibaldi).

 


Caltabellotta

       La città di Caltabellotta trae le sue origini dall'antica Triocala, la cui storia si perde nell'antico periodo dei Sicani ed ebbe un passato rilevante anche in età romana. Durante le guerre servili, Roma dovette intervenire duramente per sedare una lunga ribellione terminata con lo sterminio dei servi ribelli di Triocala e con la distruzione della stessa città che da allora, non ebbe più l'antica importanza, anche se la città venne ricostruita. Le origini del cristianesimo a Triocala si fanno risalire a San Pellegrino, venuto in Sicilia nell'anno 40 su invito di San Pietro. Molti i miracoli e tante le tradizioni legate alla vita e alla missione del Santo fu venerato come patrono di Triocala prima e di Caltabellotta poi. Nell'anno 837, Triocala si arrendeva agli Arabi, che costruirono la città sulla rupe su cui prima sorgeva l'antica Triocala e la chiamarono Caltabellotta (da Kalat "luogo scosceso" e Belluth "quercia"). Roccia della quercia. Nel 1090 il conte normanno Ruggero occupò Caltabellotta e concesse all'archimandrita del monastero del San Salvatore di Messina il feudo, il monastero e la Chiesa di Caltabellotta. Lo stesso feudo e gli stessi privilegi vennero concessi, nel 1496 al nobile Antonio Peralta. La città ebbe un ruolo significativo durante la guerra del Vespro. Come è noto, il trattato di pace che pose fine al conflitto tra Aragonesi e Angioini venne firmato a Caltabellotta il 29 agosto 1302. La contea di Caltabellotta passò nel 1529, alla famiglia Luna che rimase coinvolta nel famoso "caso di Sciacca" e, per questo, perse momentaneamente tutti i beni, che le vennero restituiti, però poco tempo dopo dal sovrano Carlo V. Successivamente passo alle famiglie Pignatelli, Moncada, Alvarez Toledo. Molte delle Chiese e dei monumenti medievali sono andati distrutti, ma la città conserva ancora un significativo patrimonio artistico. Le naturali condizioni dell'ambiente e del paesaggio, e le ottime condizioni climatiche, costituiscono le premesse valide per lo sviluppo di una zona residenziale che offre i vantaggi di un soggiorno di alta montagna

 


Camastra

       Per risalire alle origini di Camastra dobbiamo ricordare che il territorio su cui sorge venne ceduto dal re Federico II al nobile Galvano Bonfiglio e per altre notizie dobbiamo avanzare nel tempo sino al 1408, quando Matteo Palagonia, figlio di Francesco, che fu uno dei vicari della regina Maria ne venne in possesso per diritto della madre Mafalda Deiosa. A Matteo Palagonia successe, il 15 maggio 1478, Mazziotto. Quest'ultimo lasciò il feudo nel 1510 al figlio Giovanni, il quale a sua volta lo diede in dote alla figlia Filippa che andò in sposo a Bernardo Lucchesi. E fu proprio un Lucchesi, Giacomo, che nel 1620 fondò Camastra, altrimenti della Ramulia, divenendone cinque anni dopo duca, con diploma del re Filippo. Camastra in quei tempi non dovette essere altro che una fattoria, dove però ben presto trovarono asilo molti fuoriusciti dei centri vicini. Si trattava soprattutto di accusati o condannati per svariati reali pubblici. Camastra in tal modo vide un discreto sviluppo in pochi anni e da piccola fattoria si trasformò in centro abitato ed entrò a far parte della Comarca di Naro. La prima chiesa edificata fu quella del SS. Salvatore. Oltre a questo edificio sacro vi erano una quarantina di case. La popolazione non superava le 60 unita. Ma già il censimento del 1713 vide un sensibile aumento demografico. Si contano più di 300 abitanti residenti in un centinaio di case. Lo sviluppo è costante anche negli anni seguenti, tanto che un secolo e mezzo fa a Camastra risiedevano già un migliaio di abitanti. Lo sviluppo socio-economico del paese è stato comunque sempre piuttosto modesto e anche questo piccolo centro dell'agrigentino ha conosciuto la triste piaga dell'emigrazione.

 


Cammarata

       Cammarata sorge sulle falde del monte omonimo, a 689 metri sul livello del mare. Qualche storico vuole che le sue origini siano assai remote. La città sarebbe sorta, infatti, sulle rovine di un antichissimo centro, la sicana Inyco, assai nota per la produzione di vino. Di certo è, invece, che la città esisteva al tempo del conte Ruggero d' Altavilla, dunque nel XII secolo, poichè questo signore concesse il territorio di Camerata alla consanguinea Lucia che, per questo, viene indicata nei documenti col titolo di Domina Cameratae. Già a quell'epoca v'era un Castello, e i suoi signori godevano di diversi privilegi. Nel secolo XIV la signoria di Cammarata passa nelle mani del nobile Vinciguerra Palizzi, che l'ebbe in concessione dal re Federico Il d'Aragona. Alla fine dello stesso secolo, il re Martino diede il feudo a Guglielmo Raimondo Moncada. A seguito di questa decisione ci fu una sollevazione popolare, e il Moncada dovette espugnare la città per entrarvi. Pochi anni dopo però, cedette in vendita il territorio alla famiglia Abatellis. In questo periodo Cammarata venne innalzata a contea. Furono quindi i nobili Branciforti, circa un secolo dopo, a dominare in città e a mantenere la signoria fino al 1669 anno in cui la ebbe in dote Ferdinando Moncada e Aragona. Nel secolo seguente troviamo l'ultimo Signore di Cammarata: il principe Paternò Luigi Moncada Ruffo. Di notevole interesse artistico e il Castello di Cammarata, di cui rimangono, però, solo i ruderi. Nelle chiese del paese si possono ammirare tele di Pietro Asaro e opere dell'artista Bagnasco. Oltre all'agricoltura, è assai sviluppata l'attività zootecnica e quella industriale, rappresentata da fabbriche di laterizi e cooperative varie.

 


Campobello di Licata

       L'origine di Campobello di Licata è certamente posteriore al 1400. Il nome del feudo su cui sorse il paese è presente, per la prima voltà in documenti del 1408, dove si indica come terra soggetta, sotto Federico II d'Aragona, a Simone Matteo o de Mattina. Dagli stessi atti si rilevò, inoltre, che passò a Sancio Daxe o Dexeo e nel 1430, a Marino de Matina, che ebbe concesso il feudo di Compobello di Licata (Campus bellus) da re Alfonso, dinanzi al quale s'impegnò a prestare servizio militare "more froricorum". La baronia dei de Matina ebbe lunga vita. Passò, per successione di diverse generazioni, sempre a questa stessa nobile famiglia, almeno fino a tutto il XVII secolo. Il feudo venne edificato nel 168l, quando Raimondo Ramondetta di San Martino ottenne la licenza populandi con l'acquisto del mero e misto impero. Numerosi cataclismi di varia natura ostacolarono, però, e ritardarono il popolamento. Col censimento del 1710 vi si potevano contare 212 abitanti e 113 case. Nel 1692 aveva ottenuto l'investitura Giovanni Maria San Martino Ramondetta, uomo colto, dotto, che ebbe anche le supreme dignità. Venne edificata la Castellania e, accanto ad esso, la Chiesa Madre. Campobello di Licata appartenne sino alla fine del 1700, alla famiglia Sammartino; ma intanto nel 1786, aveva iniziato i primi passi verso l'istituzione dei nuovi ordinamenti amministrativi, che rimasero in vigore fino all'abolizione del sistema feudale. Nel 1861 contava 5.835 abitanti, oggi oltre 10 mila. Il suo territorio si estende su uno superficie di circa 80 mila metri quadrati. Sono in attività alcune miniere, ma la produzione principale è quella agricola.

 


Canicatti'

       Canicattì è un importante centro agricolo della provincia di Agrigento, di 34 mila abitanti. Sorge a 365 metri di altitudine ed è lambito dal fiume Naro. Il suo nome trae origine da una espressione araba che significa roccia, fortezza, fortilizio di fango. E poichè tale nome fu imposto durante la dominazione araba, è probabilmente in questo periodo che Canicatti vide la luce. Il geografo arabo Edrisi cita la zona su cui sorse il paese con la parola "Al Quatta" (tagliatore di pietra), mentre bisogna attendere il 1400 per trovare, su un documento notarile, la denominazione Candicattini", dal latino Candicattinum, nome dato ad un piccolo torrente fangoso che attraversava il feudo e la valle. C'è molta incertezza, quindi, sulle origini di Canicattì e sul suo nome. Dopo la dominazione araba, la città venne rifondata dal nobile Salvatore Palmeri (1089). Non ebbe, però, grande importanza questo piccolo centro dell'entroterra; e, infatti, non si fa più cenno ad esso se non nel 1393 quando risultò signore di Canicattì Luca Formoso, che prese parte alla congiura di Andrea Chiaramonte contro il Re Martino. Dal 1404 entrò a far parte della Comarca di Naro e, in questo periodo, venne favorito l'incremento del paese, che si trasformerà in Comune il 3 febbraio 1467, quando il Vicerè Lope Ximenes concesse al milite Andrea De Crescenzo la licenza populandi (la licenza di popolare). Nel 1500, suoi nuovi signori furono i baroni Bonanno. Un secolo dopo, la popolazione di Canicattì superava già le 1700 unità e la città venne abbellita dal Duca Giacomo I con Chiese (la Badia con l'attigua Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo), conventi, giardini; e si insediarono molte nuove nobili famiglie e diversi ricchi borghesi, che emergeranno economicamente che politicamente nel XVIII secolo. Alla fine del 1600 si consolidò il culto a San Diego. Per quanto riguarda l'economia, cospicua e risultata sempre l'agricoltura. Ma negli ultimi decenni, la zona di Canicattì è una delle zone vinicole più conosciute in Europa. I vigneti hanno portato lavoro e ricchezza, come si registra dal buon incremento del reddito medio pro-capite e dai numerosi villini.

 


Casteltermini

       Casteltermini venne fondata il 5 aprile 1629 dal Principe Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri previo decreto populandi del vicerè di Spagna, duca di Albunquerq. Quel primo nucleo di case fu costruito sopra i ruderi di un casale saraceno che si chiamava Chiudia. Il nuovo borgo ebbe il nome di Castrum Thermorum, ossio castello dei Termini, da cui Casteltermini. Fu abitato da famiglie di coloni e di fuggiaschi provenienti dai vicini centri di Campofranco, Butera e Cammarata. Prima della sua nuova fondazione era stata abitata anche dai romani, come dimostrano le numerose testimonianze della dominazione romana rinvenute nei pressi del paese. In località "Modulo" pare sia sorta una colonia romana mentre la porta alta, zona del centro storico del centro abitata, presenta ancora ruderi di vecchi casali arabi. Di queste antiche presenze si conservano ancora tipiche manifestazioni folkloristiche-religiose nella festa del Tataratà, che si tiene ogni anno nella quarta domenica di maggio. Passò in seguito ai principi di Castelvetrano e poi al duca di Monteleone. Casteltermini conserva soprattutto una schietta impronta seicentesca. Numerosi sono, infatti, gli edifici sacri e i palazzi signorili che risalgono a quel secolo. La chiesa più antica e certamente quello di Santa Croce, dove si custodisce una Croce di legno, molto venerata perchè il suo ritrovamento - secondo la tradizione - è stato miracoloso, e che i fedeli ricordano durante la già citata festa del Tataratà. Il Comune di Casteltermini è posto in una zona collinare alle falde orientali del monte Pizzo Santa Croce (m.762). Ha un'altezza media di 554 metri sul livello del mare. Giace in una posizione molto ridente ed è coronato da una selva di monti ricchi di vigneti.

 


Castrofilippo

       L'origine di Castrofilippo si porta al tempo della dominazione araba. l saraceni avevano denominato questo piccolo centro (che allora era poco più di un casale) Al-Minzar. La sua posizione era molto felice. Dominava l'alta valle del torrente lacono, uno degli affluenti di destra del fiume Naro, ed era posto nella parte più elevata di uno sperone, in buona posizione strategica. Cadde ben presto sotto il dominio della potente famiglia Montaperto. Sappiamo che ancora nel 1408 il casale, che in quel tempo aveva preso il nome di Libigini, era di proprietà di Pino Montaperto. Nel 1415, venne, però venduto dal suo proprietario all'agrigentino Venuto da Brando. Un secolo dopo si trova sotto la signoria di Antonio di Ponte, che era venuto in possesso di gran parte del territorio. Quindi fu acquistato dal maestro del regio erario Stefano Morreale duca di Matina, il quale trasformò il piccolo casale in un villaggio e lo chiamò Castrum Philippi. Quindi passò sotto il dominio degli altri signori e precisamente: Visconte Cicala (che ebbe da Filippo III il titolo di Duca di Castrofilippo), Maurizio, Domenico e Giuseppe Morreale, Domenico Morreale Valguarnera. Il titolo venne successivamente ereditato dalla famiglia Bosco dei principi di Belvedere, e dopo, dalle famiglie Fatta il Destri e Fatta del Bosco. Unica testimonianza storica ed artistica del piccolo centro di Castrofilippo è la bella Chiesa Madre. Il Santo patrono del paese è Sant'Antonio abate, che viene festeggiato la seconda domenica di maggio. Castrofilippo si trova a 470 metri sul livello del mare. Conta una popolazione di poco più di quatromila abitanti. L'attività economica principale è l'agricoltura.

 


Cattolica Eraclea

       Filippo III, re di Spagna, il 24 maggio 1610 concesse al barone di Siculiana don Blasco lsfar et Corillas la licenza di popolare "baronia di Platani seu Monforti", cioè una di quelle terre che si estendevano presso la riva sinistra del fiume Platani, che già da mezzo secolo appartenevano agli Isfar. Ma il vero fondatore della città di Cattolica fu il primogenito del barone Blasco, il giovane Francisco. Questi favorì l'insediamento di molte famiglie che provenivano dai centri più vicini e in particolare da Sant'Angelo Muxaro, Montallegro, Villafranca, Raffadali, Calamonaci, Burgio, Caltabellotta e anche Siculiana. Un piccolo centro abitato già esisteva sullo stesso territorio in cui venne fondata Cattolica. Forse era poco più di un villaggio, che aveva il nome di Ingastone e che sparisce con la fondazione di Cattolica. Per la scelta del nome del nuovo paese, gli Isfar fecero un vero e proprio "consiglio di famiglia", durante il quale prevalse l'idea di rifarsi all'antico nome del Platani, che era Licus, che significa salato. Così dall'unione di Cata, che significa presso e Licus sorse la denominazione Cattolica. Il termine Eraclea è stato aggiunto nel secolo scorso. Francisco morì molto giovane, ma ebbe il tempo di essere investito del titolo di duca di Cattolica, nell'anno 1612. Ma con lui si estinse anche il ramo maschile dell'antica e nobile famiglia degli lsfar, e venne nominata principessa di Cattolica la sorella Giovanna, che era andata in sposa al duca di Misilmeri Vincenzo Del Bosco. In questi anni vide la luce la prima chiesa del paese, quella del Purgatorio, che venne presto arricchita di opere d'arte e di pregiate tele, tra cui quella del martirio di Santo Stefano, di Pietro Novelli. La principessa Giovanna fondò il Convento della Mercede. E nel secolo seguente sorsero altri edifici sacri. Nel 1700, la signoria di Cattolica passò alla famiglia Bonanno. Oggi Cattolica è un modesto centro che ha visto molti dei propri cittadini costretti all'emigrazione a causa delle difficili condizioni economiche.

 


Cianciana

       Una villa romana, "Villa Cianciana" ha dato il nome e, praticamente, anche le origini al paese di Cianciana, centro dell'agrigentino posto su una collina a 390 metri sul livello del mare. Era, assai probabilmente, una villa appartenuta ad un patrizio romano, edificata, si pensa, in età imperiale. Da queste antiche origini venne, dunque, il nome al casaletto medievale di Chincave, Chincana o Chancana. Ebbe vita sino al secolo XIV, quando venne distrutto per ragioni rimaste ignote. Il nome di Chincana venne, comunque, dato al feudo sul quale il casale sorgeva. Per un breve periodo, il nuovo borgo ebbe il nome di Sant'Antonio. Venne edificato nel 1656 dal barone Diego Joppolo, che aveva acquistato il feudo. E alla famiglia Joppolo continuò ad appartenere anche nel 1700. Suoi signori furono Don Diego (1668-1716), Don Antonio Giuseppe (1666-1716), Ludovico (1716-1733), Pietro (1733-1769). Morto senza prole Pietro Joppolo, il feudo passò ad Ageslao Bonanno, Duca di Castellana, figlio di Donna Antonina Joppolo. Infine, il feudo di Joppolo andò in eredità al principe di Petrulla e Duca D'Angiò Don Ageslao Gioeni, che fu l'ultimo barone di Cianciana. Il paese si estende nella valle media del Platani, alle falde meridionali del Monte Calvario. È un centro agricolo, ma nel suo territorio vi sono giacimenti di zolfo e salgemma che, però, non sono sfruttati. Ha una popolazione di poco più di 5.000 abitanti, che si dedica prevalentemente all'agricoltura. Vengono prodotti soprattutto grano, olio, uva, mandorle, carrubbe, liquirizia. Il patrimonio zootecnico è modesto, e scarse sono anche le attività artigianali. A causa delle difficili situazioni economiche, molti lavoratori hanno deciso di emigrare e le rimesse degli emigrati costituiscono, per diverse famiglie il cespite principale.

 


Comitini

       Comitini è un piccolo centro abitato a 20 chilometri da Agrigento. Si erge sulla sottostante altura, il colle "Cummatino", da cui avrebbe preso il nome. Forse già in epoca romana esisteva in questo territorio una "statio", usata da viandanti e truppe militari per il cambio dei cavalli e per rifocillarsi. Nel 1627, il barone Gaspare Bellacera ottenne da Re Filippo V il privilegio dello "jus populandi" (licenza di popolare) del feudo di Comitini e a questo atto si fa risalire la nascita del paese. Si tratta di un tempio ad un'unica navata. La facciata esterna è ornata da diversi rosoni e capitelli di buona fattura. All'interno si trova uno splendido tabernacolo in oro e argento fusi, ed un ostensorio del secolo scorso. Agli inizi del 1800, nella piccola piazza del paese, venne costruita la Chiesa dedicata all'Immacolata Concezione. L'interno è stato arricchito negli anni con bellissimi stucchi, un organo e un pulpito in legno scolpito. Un notevole sviluppo Comitini ha avuto nella seconda metà del XIX secolo, quando vennero sfruttati a livello industriale i ricchi giacimenti di zolfo di cui è ricco il sottosuolo per diversi chilometri. Ma, a seguito della crisi zolfifera, l'economia del paese si è ristretta quasi esclusivamente all'agricoltura. Comitini ha conosciuto per diversi anni la triste piaga dell'emigrazione. E oggi conta poco più di 1.300 abitanti. Da visitare anche la vicina località "La Pietra", interessante zona archeologica.

 


Favara

       Le origini di Favara risalgono al periodo dei Sicani. Il suo territorio, infatti, costituiva una stazione di questo antico popolo come è testimoniato da preziosi rinvenimenti di splendidi vasi del paleolitico-sicano, conservati nel museo archeologico di Agrigento. Durante il periodo arabo assunse il nome (da "Fawar", che significa sorgente d'acqua) e fu assoggettato per un certo tempo dallo Sceicco Hibin-Havvasci. La storia di Favara si precisa con la costruzione del Castello chiaramontano realizzato da Federico I Chiaramonte e dall'agrigentina Marchisia Prefoglio. Attorno al maniero sorsero molto presto, i primi agglomerati. Giunsero numerosi coloni che diedero sviluppo all'agricoltura della plaga favarese. Nel 1391, morto Manfredi III, ereditava i possedimenti del territorio Andrea Chiaramonte, e con questi si estinse la famiglia Chiaramonte. Il Re Martino confiscò i beni dell'illustre famiglia e diede l'investitura e il Castello chiaramontano di Favara al nobile Guglielmo Raimondo Moncada. Il dominio dei Moncada, ebbe, però poca vita. Il Re Martino punì il Moncada per la sua ribellione e concesse la baronia di Favara a don Emilio Perapertusa, che fu anche il primo barone di Favara. Il titolo fu più volte venduto nel corso del 1400, ma ritornò infine al Perapertusa. Guglielmo Peraperfusa il 28 gennaio 1494 concesse la baronia in dote alla figlia Lucrezia che andò in sposa a Giosuè De Marinis, barone di Muxaro. I De Marinis conservarono il titolo solo per 70 anni, sebbene con qualche breve interruzione, poi lo cedettero a Ettore Pignatelli, duca di Monteleone. Gli Aragonesi Pignatelli Cortes furono gli ultimi signori di Favara, ma conservarono a lungo il potere (sino al 1812). Nel 1829 vendettero a Stefano Cafisi il Castello che rimase in possesso di questa famiglia sino a quando è stato venduto alla Regione Siciliana. Il Castello rimane la testimonianza storica ed artistica più preziosa che ancora si trovi nel paese. Purtroppo il maniero ha subito gravi danni, alcuni assolutamente irreparabili. Assai ammirata rimane la cappella. Si contano a Favara molte Chiese di pregevole valore artistico. Nei locali della biblioteca comunale è annesso un museo di scienze naturali. Favara dista 12 chilometri da Agrigento ed è posta ad un'altitudine di 345 metri sul livello del mare. Fino a qualche decennio fà la popolazione si dedicava soprattutto all'agricoltura ed alla attività zolfifera. Negli ultimi anni grande impulso hanno avuto l'edilizia e l'artigianato. La maggior parte del reddito rimane, tuttavia, costituita dall'agricoltura e dalle rimesse degli emigrati.

 


Grotte

       Le origini del Comune di Grotte sono piuttosto incerte. Da notizie storiche piuttosto frammentarie presenti in diverse pubblicazioni, e soprattutto dagli scritti di Polibio, pare che l'attuale nome derivi dallo voce punica "Erbessus" nel quale idioma essa sta a significare "Mons Foveae", ossia "Criptae" cioè monte incavato. Di Erbesso si servirono i Romani durante l'assedio della città di Agrigento (262 a C) come luogo di deposito di viveri e di materiale bellico. Anche lo storico Fazello sostiene che si trattava di un villaggio distrutto dai Romani nella prima guerra punica. Sappiamo invece, con più certezza, che Grotte fu terra feudale già sotto gli Aragonesi. Alterne vicende assegnarono questo territorio a diversi baroni tra cui i Ventimiglia, i Montaperto, e la famiglia Grua Talamanca dei Principi di Carini. E' noto che Don Vincenzo La Grua Talamanca nel secolo scorso vendette ed assegnò le proprie terre ai vari creditori. Tra il 1873 e il 1876, Grotte fu al centro dell'attenzione nazionale perchè un sacerdote, don Luigi Siarratta, diede luogo ad uno scisma, costituendo una vera e propria chiesa separata. Il sacerdote falli nel suo intento, venne scomunicato ed abbandonato dai seguaci. Si conservano ancora alcune chiese del settecento la Matrice, la Chiesa del Carmelo e la Chiesa del Purgatorio. Quest'ultima, in particolare, è quasi integra. Da ammirare anche la torre ottagonale di stile arabeggiante e il caratteristico Calvario con le stazioni della via Crucis illustrate da sedici diversi pittori. Il Comune è situato in collina, a 546 metri sul livello del mare. Conta oltre 7500 abitanti. E' un importante centro minerario. L'attività artigianale è dedita alla manifattura di articoli di lana.

 


Joppolo Giancaxio

       Ioppolo Giancaxio conta, oggi, poco più di 1.500 abitanti, fra cui molti anziani e donne. La principale risorsa della città da sempre è stata l'agricoltura. Vi si producono soprattutto frumento e fave. Negli ultimi decenni ha avuto un discreto sviluppo la coltura dei melloni. Scarse le altre attività. Il reddito principale proviene dalle rimesse degli emigrati. Il paese ebbe origine nel periodo della dominazione araba, Iancaxi era il nome del possessore musulmano del feudo. Nel 14O6 assunse l'attuale denominazione Ioppolo deriva dal cognome di Rosalia, figlio di Giovanni Antonio Ioppolo, e moglie di Gabriele Colonna Romano, marchese di Fumenedisi, che fece edificare sul territorio di Giancaxio 87 case nel 1696, e chiamò il nuovo agglomerato urbano "Ioppolo" in ricordo della consorte. Tra i monumenti più antichi ancora presenti segnaliamo il Castello dei Colonna, un tempo rinomato ma ormai in uno stato di abbandono e assai precario. Si possono ammirare alcune belle tele e statue, soprattutto quella della Madonna del Carmine e di San Francesco. Il paese sorge a 450 metri sul livello del mare e si estende su una superficie di 20 chilometri quadrati. Il suo territorio è attraversato dal fiume Akragas o Drago. Molto sentite sono le feste dedicate a San Giuseppe e alla Madonna del Carmine e soprattutto la pastorale del 6 gennaio. Da alcuni anni è stata aperta una biblioteca, un campo sportivo e un edificio scolastico per gli studenti delle elementari e delle medie. Mancando di molti servizi tecnico amministrativi il paese dipende molto da Agrigento, da cui dista pochi chilometri.

 


Lampedusa

       L'isola di Lampedusa viene menzionata da strabone e da Plinio il naturalista, e sembra che già in epoca romana fosse popolata. Per avere qualcosa di più preciso sotto il profilo storico occorre, però, riferirsi all'anno 1760, quando sappiamo per certo che vi andò a soggiornare un eremita di origine francese che vi morì. Successivamente ebbero l'autorizzazione a risiedervi un sacerdote e sette altri europei, i quali trovarono l'isola molto adatta per la navigazione verso l'Africa e quindi per i commerci con quel Continente. Da allora la colonia si allargò e vennero avviate anche le prime attività agricole e zootecniche, oltre naturalmente a quelle ittiche. Anche altri mercanti maltesi e Cavalieri dell'ordine gerosolimitano si aggiunsero, insieme a diversi altri che scoprivano i molteplici vantaggi del luogo. Lampedusa andò così popolandosi ed anche fortificandosi. Man mano che i traffici nel Mediterraneo crescevano, infatti, crescevano anche i pericoli, insieme ai vantaggi. Vi facevano rotta mercanti ed appestati, gentiluomini e pirati. Nel 1827 si contavano nell'isola solo 26 abitanti. Nel 1841 venne venduta dagli eredi dei principi Tomasi di Lampedusa (che da sempre dicevano di essere i legittimi proprietari) al governo borbonico, che iniziò la colonizzazione di Lampedusa. L'isola fu retta da un governatore. I primi abitanti di questa nuova fase di popolamento, per alcuni anni abitarono le caverne esistenti o ne aprirono delle nuove. Solo successivamente vennero costruite le prime case. Ma la prima costruzione portata a termine fu una Caserma. Ben presto vennero attivate una salina e opere per l'incremento dello pesca. Durante il periodo borbonico sorsero importanti servizi pubblici, civili e militari e persino una Casa di Compagnia. Quindi l'amministrazione passò ai Savoia che vi mandò un gran numero di coatti, tanto che ben presto si pose il problema del loro insediamento. Nel 1875 Lampedusa divenne Comune autonomo. Oggi è uno dei luoghi più incantevoli del Mediterraneo, le sue coste e il suo mare sono ancora incontaminate e durante i mesi estivi, è un rinomato centro turistico.

 


Licata

       Licata è posta tra la riva destra del Salso ed il colle detto Sant'Angelo, su cui sorge il Castello omonimo. Alle falde di questo monte, detto comunemente «Montagna», nel 310 a.C. Agatocle venne battuto dal Cartaginesi e, nell'antistante specchio di mare, nel 256 a.C, si svolse la decisiva battaglia navale in cui Attilio Regolo sconfisse la flotta cartaginese e pose le condizioni dello sbarco romano sulle coste del Nord-Africa. E sempre qui, nel 249 a.C., i Cartaginesi si presero la rivincita, distruggendo la flotta romana di Giulio Pullo. Gli storici ritengono che Licata sia sorta sulle rovine di una città assai antica e disputano ancora se sia stata eretta sulle rovine di Gela o di Finzia. La moderna città di Licata discenderebbe invece da Alicua o Aluca. Questa città cadde sotto il dominio arabo e in questo periodo decadde. Venne liberata dal conte normanno Ruggero d' Altavilla ed ebbe, per diversi secoli, notevole prosperità. Fu eletta, da re Martino, "città demoniale" e potè godere di molti privilegi. Nel 1542, però, un violento terremoto fece crollare le sue mura e fu quindi, più vulnerabile ai saccheggi. Nel 1616, il capitano spagnolo Hernando de Peligno fece edificare un nuovo castello sul monte Sant'Angelo e, nello stesso periodo, Licata passò dal demanio alla proprietà privata e dalla proprietà privata al demanio, per diverse volte. La città di Licata occupò anche un posto nel Parlamento siciliano e, nel 1803, ricacciò per l'ultima volta i Turchi che, a più riprese, nei secoli passati avevano minacciato la città. Il lO luglio 1943, in località Torre di Gaffe, presso Licata, sbarcarono le truppe alleate che, cosi, iniziarono l'avanzata verso l'interno della Sicilia. Licata vanta molti eleganti edifici sacri e di edilizia civile e, nel suo territorio, necropoli preistoriche e fortificazioni di epoca protostorica. Oggi conta circa 43.000 abitanti. La popolazione è dedita soprattutto all'agricoltura, alla pesca ed all'artigianato.

 


Lucca Sicula

       Francesca Perollo, moglie di Francesco Lucchesi Palli, Principe a Campofranco, fondò sul proprio feudo, denominato Culla, nel val di Mazara, alla destra del fiume Alba (volgarmente chiamato Majsale) un borgo al quale diede il nome Lucca, in onore della città natale del consorte. Ciò avveniva nel 1620. La nobile famiglia Palli diceva di avere le proprie origini da Adinolfo, figlio di una sorella del re Longobardo Desiderio. Questa famiglia ebbe il governo della Repubblica di Lucca, in Toscana. I Palli erano dei granduchi e, per privilegio del re Carlo D'Angiò, poterono appellarsi Lucchesi Palli, già nel l269. A Sciacca si era rifugiato Andrea Lucchesi Palli, quando dovette fuggire da Lucca e pervenne in Sicilia al tempo del conte Ruggero. Francesco Palli ottenne il titolo di Marchese di Lucca (di Sicilia) grazie ad un privilegio accordatogli dal re Filippo IV di Spagna. Morto questi senza figli, la moglie di Francesco dovette cedere ad altri il titolo e i privilegi connessi. Così, nel 1760, era divenuto signore del paese Geronimo Filangieri, inaugurando un dominio che questa famiglia ha tenuto sino al 1839, quando fu investito della giurisdizione Alessandro Filangieri, che fu, pertanto, l'ultimo marchese che Lucca conobbe. Dopo l'unità d'Italia, e precisamente nel 1863, assunse l'attuale nome di Lucca Sicula. Il Comune di Lucca conserva, nel complesso, l'impianto urbanistico seicentesco a scacchiera, caratterizzato da assi ortogonali. Da visitare soprattutto la Chiesa madre, risalente al XVII secolo, ad una navata, con un altare maggiore in stile neoclassico. Lucca Sicula è posta su una collina a 513 metri sul livello del mare. Conta quasi tremila abitanti. L'agricoltura costituisce l'unica fonte di reddito. Ma fiorente anche l'artigianato.

 


Menfi

       L'origine di Menfi, secondo diversi storici, ed in particolare il De Spuches, va ricondotta al periodo arabo.In territorio di Menfi, i Musulmani realizzarono uno dei castelli meglio fortificati, quello di Burgimillusio, che più tardi (1283) prese il nome di Burgio Millusio. Verso la fine del secolo XIII, il territorio di Menfi venne acquisito dal barone Coroldo Rodolfo Manuele, che fu investito dal re Giacomo I d'Aragona. La famiglia Manuele mantenne il titolo e il possesso per ben tre secoli. Nel 1549, il piccolo borgo di Menfi, ancora scarsamente popolato, passò alla famiglia Tagliavia e poco più tardi la baronia Burgio Millusio divenne contea e assunse il nome di Borgetto. Il primo a ricevere la nuova investitura fu Don Diego Tagliavia Aragona. Con questo nuovo signore, la vita del borgo ebbe notevole impulso. Venne costruita la cosa baronale (che ancora oggi è possibile ammirare), vide la luce la prima chiesa (Madonna delle Grazie) e vennero ampliate piazze e vie. A seguito di queste e altre trasformazioni del piccolo centro, venne deciso di tornare all'antico nome del luogo, quello cioè che esso aveva al tempo della prima dominazione araba, e cioè Menfrici. Ultima contessa di Menfrici della famiglia Tagliavia fu Donna Giovanna. Estinto questo ramo, la contea passò al suo erede Don Diego Pignatelli Fardella, che ebbe il titolo di barone del Belice. Fu questi l'ultimo signore del paese. Il disastroso terremoto del 1968 ha distrutto parte del paese e, ancora oggi, molte famiglie vivono nelle baracche. Oggi Menfi conta circa 13.000 abitanti. La popolazione attiva è dedita a piccole attività industriali, ma principalmente a quella agricola ed all'allevamento del bestiame. Da segnalare la presenza di alcune cantine sociali.

 


Montallegro

       Montallegro, in origine, era un piccolo borgo denominato Angiò e sorgeva su un'altura, ossia sul luogo in cui è ancora possibile osservare la presenza delle rovine del vecchio abitato. Grazie a questa sua posizione strategica, di buon valore difensivo, poteva resistere molto bene alle incursioni barbaresche che, almeno fino al secolo XVII, furono assai frequenti su questo territorio. L'antico borgo venne abbandonato nella seconda metà del Seicento. Le rovine possono essere visitate ancora oggi. Vi si accede mediante una lunga e ripida scala incavata nella roccia. Nel 1610, Montallegro era uno dei tanti feudi di Nicolò Montaperto. Successivamente, la baronia venne acquistata dal principe Castiglione. Il barone Nicolò Montaperto dovette cederla perche si era troppo indebitato. Pochi decenni dopo, il feudo venne acquisito dalla famiglia dei Principi della Petrulla che, sul feudo, costruirono il nuovo largo (1663), avendo ottenuto la licenza populandi da Filippo III, che diede ad un discendente della famiglia Gioeni il privilegio di fregiarsi del Titolo di Duca d'Angiò. Sino allo scorso secolo, questa famiglia ha avuto il dominio sul paese e del territorio. Montallegro dista 30 chilometri da Agrigento, ha una popolazione di 3500 abitanti. Sempre molto numerosi sono stati gli emigrati. L'economia, infatti, è stata sempre molto modesta. Ancora oggi l'agricoltura, che è l'attività più rilevante, consente pochi guadagni. Anche l'attività mineraria, che sembrava un tempo promettente, è stata abbandonata. L'artigianato è presente soprattutto con aziende di infissi ed arredamento.

 


Montevago

       L'antica Montevago sorgeva su un territorio dove gli Arabi avevano edificato un casale, cui avevano dato il nome di Mazil-Sindi. Il luogo è ricordato dal geografo Edrisi perche vi si trovava anche un castello. Il feudo prese, poi, il nome di Misilindino e, con questa denominazione, era conosciuto nel 1392, quando il re Martino lo concesse ad Antonio Moncada Montecateno, Conte di Adernò. Questi commise però, l'errore di ribellarsi al sovrano e i beni gli vennero immediatamente confiscati e ceduti al maggiordomo del sovrano catalano Michele de Lubu. Da allora, si avvicendarono molti signori fino a quando, nel 1636, il territorio venne acquistato da Donna Girolama Scirotta Platamone, marchesa di Sant'Elisabetta, moglie di don Francesco Scirotta, giudice della Magna Curia Regia di Palermo. Il re Filippo IV diede il permesso di popolare i feudi di Donna Girolama, e così venne fondato il paese di Montevago, il 10 ottobre 1641. Un anno dopo, il figlio di donna Girolama, don Rutilio Scirotta, veniva insignito del titolo di Principe di Montevago. Ereditò, successivamente, il Principato, Girolamo Gravina, figlio di Cirola Scirotta e Giovanni Gravina. Sotto questa famiglia, Montevago ebbe un notevole impulso, e il paese, venne edificato secondo uno schema ortogonale che diede una vera fisionomia cittadina all'abitato. Si avviarono anche i lavori per la costruzione del Duomo, che verrà portato a termine, solo nel 1830, dal Cardinale Pietro Gravina. Montevago venne abbellita da altri importanti monumenti che sono andati distrutti dal terremoto del gennaio 1968. Ancora oggi, parte della popolazione vive dentro baracche. Il territorio in cui sorge il paese e pianeggiante, ed è prospiciente sulla valle del medio Belice. Il centro abitato è a 366 metri sul mare e dista 20 chilometri dal mare e 105 chilometri da Agrigento. Conta oggi una popolazione di poco più di 3.500.abitanti. Assai sviluppata e l'agrumicoltura, tuttavia l'attività agricola non consente sempre buoni guadagni, costringendo molti all'emigrazione.

 


Naro

       Naro è a circa 35 km da Agrigento ed è situata a 593 metri di altitudine. Nel suo territorio sono state rinvenute, in tempi recenti, testimonianze archeologiche che attestano l'esistenza di insediamenti umani di epoca preistorica. Qui si stabilirono, durante il periodo della grande immigrazione, anche numerosi greci, venuti a colonizzare la Sicilia. Successivamente i cartaginesi, dopo aver esercitato in questa zona una forte influenza commerciale, all'inizio del IV secolo vi instaurarono un dominio territoriale, che mantennero sino alla prima guerra punica. Da allora ha inizio il predominio romano (216 a.C.). Alcune grotte cimiteriali presso Naro ci segnalano la presenza di una comunità cristiana nel periodo paleocristiano. Nel medioevo, Naro si presenta piccola e chiusa da una cinta di solide mura merlate, costruita nel XIII secolo. Il monumento medievale di maggiore rilievo e il Castello dei Chiaramonte, uno dei più importanti e meglio conservati in Sicilia. Ricordiamo inoltre il Duomo, un capolavoro d'arte andato però, nel tempo, in rovina. Di esso rimangono, oggi, solo i muri perimetrali, ma nonostante ciò, conserva il suo fascino. A Matteo Chiaramonte si deve la costruzione di un altro bel tempio cristiano di Naro, la Chiesa di Santa Caterina, più volte restaurata, ma uno dei monumenti più insigni della Sicilia. La città ha altre importanti testimonianze medievali da conoscere, tra cui l'Oratorio di Santa Barbara, la Chiesa del Santissimo Salvatore. Nell'epoca moderna si è arricchita di altre opere d'arte e, in particolare di conventi, edificati da numerosi ordini religiosi e da confraternite. Questo fermento portò in città molti importanti artisti, tra cui ricordiamo gli scultori siciliani Antonello e Giacomo Gagini, che lasciarono belle e preziose opere. A Naro è molto sentito il culto di San Calogero, al quale è stato dedicato un santuario, tra i più antichi e visitati. La città moderna conta circa 15.000 abitanti. Nel suo territorio si trovano soprattutto colture di agrumi, olive, mandorle, cereali. Si produce molto vino ed olio. Discreto il patrimonio zootecnico. Negli ultimi decenni un discreto successo ha avuto l'attività turistica.

 


Palma di Montechiaro

       Palma di Montechiaro è città ricca di storia. Sorge su un territorio che fu abitato già nel periodo neolitico come testimonia l'interessante materiale archeologico che, anche di recente è stato portato alla luce da campagne di scavi di notevole successo. I reperti rinvenuti si trovano oggi soprattutto nei musei archeologici di Agrigento e Siracusa. E' certo anche l'insediamento di una colonia di Rodio Cretesi. Anche in epoca medievale, la storia di Palma di Montechiaro non manca di interesse. Di questo periodo la testimonianza più importante è costituita dal castello del XIV secolo, opera della potente famiglia Chiaramonte, che a Palma di Montechiaro costruì la propria baronia. Il castello alla fine del Trecento, venne confiscato ai Chiaramonte e concesso a Raimondo Moncada Montecateno, Conte d'Augusta. Sotto questo nuovo signore il Castello e il feudo vennero chiamati Montechiaro. Durante i secoli XV e XVI la baronia venne acquisita da diversi nobili famiglie finchè pervenne a Mario Tomasi il cui figlio, Carlo, nel 1637 edificò un borgo a cui venne dato il nome di Palma di Montechiaro (dal vicino fiume Palma e dal Castello Montechiaro). I Tomasi divennero duchi e furono, per ben due secoli, signori del paese. Nella cappella del Castello si trova una Madonnina molto venerata ed attribuita ad Antonello Gagini. La maggior parte delle opere che Palma di Montechiaro conserva ancora oggi sono del Seicento. Lungo la spiaggia, ai piedi dei colli di Facciomare, sorge il seicentesco fortilizio della Torre di San Carlo. Anche la Matrice è stata costruita nel Seicento ed è adorna di belle tele del Provenzani. Da visitare inoltre il palazzo baronale e il Palazzo Ottaviano (oggi Miccichè). Di grande interesse, infine, la Chiesa del Monastero delle Benedettine che presenta un soffitto a cassettoni a legno decorato e accoglie il sarcofago della venerabile suor Maria Crocifissa della Concezione, al secolo Isabella Domenica Tomasi Traina, figlia di Giulio Tomasi, il "duca santo". Assai modesta è l'economia di Palma di Montechiaro e pertanto il flusso migratorio è stato sempre consistente. Ha una popolazione di oltre 23 mila abitanti. Dista da Agrigento 25 chilometri.

 


Porto Empedocle - Vigata -

       Porto Empedocle nacque, come approdo marittimo di Agrigento durante la dominazione greco e romana. Il porto dell'antica Città era collocato alla foce del fiume Akragas, presso San Leone. Successivamente alla decadenza di questo Emporium, avvenuta probobilmente dopo l'invasione araba, venne utilizzata per le imbarcazioni la spiaggia dove oggi sorge Porto Empedocle. Il collegamento tra la città e il nuovo porto era garantito da una trazzera che partiva dal quartiere Rabato, ad Agrigento, e finiva alla marina. Gli Arabi se ne servirono non solo per i loro commerci, ma anche per le loro attività militari. Durante tale periodo, lo scalo ebbe un notevole incremento. Le attività commerciali avvenivano soprattutto con l'Africa. I prodotti più esportati erano grano, cereali vari, vino e soprattutto sale. Venivano importati pelli, tessuti, tappeti, generi di abbigliamento. Dopo la conquista dei Normanni, questi scambi con il Nord Africa vennero meno e fu privilegiato il commercio con i porti italiani, specie con Genova, Pisa, Amalfi. Anche durante il periodo svevo, il porto mantenne il suo prestigio ed ottenne diversi privilegi, grazie anche ad un assetto amministrativo più razionale. Nascevano però, intanto, poco distante nuovi porti con cui il nostro entrava in competizione. Una certa parte della produzione agricola dell'interno venne dirottata verso Gela e Licata. Il dominio spagnolo in Sicilia, durato quattro secoli e mezzo, non influì positivamente. Trapani e Mazara, più vicine alla Spagna, vennero fovorite, insieme alla Sardegna. Mentre si intensificavano nel Mediterraneo nuovi traffici, il nostro porto rimase legato esclusivamente all'esportazione di frumento e cereali. Nonostante ciò, nel secolo XIV raggiunse il massimo del suo splendore. Ma durò poco. Già nel XV secolo, col sorgere dei caricatori di Siculiana e Palma Montechiaro, il molo agrigentino subì una grave crisi, che si aggravò nel XVI secolo, quando diverse epidemie si abbatterono sull'agrigentino e la flotta turca infestava tutta la costa meridionale sicula. Per questo Carlo V ristrutturò l'antica torre costruita a difesa del caricatore di Agrigento. Nel 1725 l'imperatore austriaco Carlo VI ordinò nuovi lavori per la ristrutturazione del molo, che versava in pessime condizioni, e diede nuove disposizioni sul suo funzionomento per avviarne la ripresa. Agli Austriaci subentrarono i Borboni di Sicilia che decisero la costruzione di un vero porto alla marina di Girgenti, con strutture in muratura, là dove prima era stata sempre in legno. Si realizzò un molo della lunghezza di 400 metri. Nei 1853, Ferdinando II decretava l'erezione a Comune autonomo della borgata e gli dava il nome di Molo di Girgenti. Dieci anni dopo, il 4 gennaio 1863, Vittorio Emanuele II, Re d'Italia, autorizzava il Comune del Molo di Girgenti ad assumere la denominazione di Porto Empedocle.

 


Racalmuto

       Furono gli Arabi a dare a Racalmuto questo nome. Rahal Maut può essere tradotto "Villaggio diroccato", perchè sorgeva sopra le rovine di un altro antico paese, forse di origine sicula o colonia agrigentina. Gli Arabi si stabilirono qui con piccoli nuclei di coloni, dediti all'agricoltura. Sorgeva, infatti, su una vallata fertile e irrigata da acqua abbondante. Probabilmente il piccolo villaggio era difeso da un Castello. Il geografo Edrisi ne situa, infatti, proprio uno dove sorgeva Racalmuto. Nel 1038, il Castello fu espugnato dai Bizantini e, nel 1087, dai Normanni, che rasero al suolo il villaggio. Il conte francese Roberto Malcovenant, che seguiva i Normanni in Sicilia, venne nominato barone di Racalmuto. Successivamente, la terra di Racalmuto venne concessa alla famiglia Barrese che eresse, nel 1229, l'importante fortezza del "Castelluccio", per meglio difendere il paese. Dopo la guerra del Vespro, gli Aragonesi spogliarono i Barresi dei loro domini che vennero concessi, qualche anno dopo, alla famiglia Chiaramonte. A seguito del matrimonio di Costanza Chiaramonte con il marchese Antonio Del Carretto, nel 13O7 Racalmuto passò a questa famiglia. Ma l'antico paese non esisteva più, e il luogo dove prima sorgeva ero stato chiamato Casal Vecchio. Una grave pestilenza, nel 1355, decimò la popolazione, ma la città risorse, nel 1400, grazie ai provvedimenti di Matteo Del Carretto. Il Castello venne restaurato e tornò ad essere abitato Nel 1503, un avvenimento religioso scosse la vita del paese: la venuta della Madonna del Monte. Una tradizione mariana che rimarrà nel cuore dei fedeli. Sino al 1576, Racalmuto fu dominio baronale, ma, dall'anno successivo, divenne Contea e alla fine del XVI secolo, contava oltre 4.000 abitanti. Si arricchisce di conventi, monasteri, chiese, collegi, ed ha anche un ospedale. Il maggior tempio viene dedicato all'Annunziata. Nel 1600, fiorisce l'opera dell'artista racalmutese Pietro D'Asaro (il monocolo racalmutese). Nel 1700, la decadenza di Racalmuto fu molto evidente e dovuto a soprusi e tasse esose. Passò alla nobile famiglia Gaetani (1739), e un secolo dopo, a quella dei Requienses. Nel secolo scorso divenne un importante centro minerario ed ebbe un certo incremento anche l'industria del sale. Oggi è cresciuta l'attività agricola e decaduta quella mineraria. Ha dato i natali allo scrittore Leonardo Sciascia.

 


Raffadali

       Anche se è stata fondata nel periodo arabo, la città di Raffadali sorge su un territorio che presenta testimonianze preistoriche di estremo interesse, che attestano la presenza di una comunità all'inizio dell'età neolitica (4.000 a.C.). Per molto tempo, vari studiosi hanno ritenuto che in questo territorio sia sorta anche Erbesso, mitico granaio dei romani. Il territorio raffadalese venne occupato dai saraceni tra l'839 e l'841 e conobbe, durante il lungo periodo della loro dominazione, una grande floridezza economica e commerciale. Gli arabi denominarono il casale da loro fondato "Rahalafdal". Dopo due secoli e mezzo di dominazioni musulmane, Raffadali passò sotto il controllo dei nuovi conquistatori normanni. Il 7 ottobre 1095 avviene la concessione feudale di Raffadali a Giorlando Montaperto. Nel 1245, regnante Federico II di Svevia, furono espulsi gli ultimi saraceni, e i cristiani che rimasero fondarono l'odierna cittadina nella contrada Rahalfadali e sul luogo stesso dove, tre secoli prima, era sorto l'antico casale arabo. Il nome si modificò, in questo periodo, in quello di Raffadali. Per secoli il feudo è rimasto legato al nome della potente famiglia dei Montaperto. Sarà Pietro Montaperto ad ottenere da Re Ferdinando, il 27 marzo 1507, lo "jus populandi", vale a dire la licenza di popolare il territorio. In tal modo viene dato impulso all'attività costruttiva e il paese si espande. Nel 1650 per concessione regia, divenne un principato. In quell'anno, infatti, Nicolò Giuseppe Montaperto venne insignito del titolo da Filippo IV. Nel secolo XVI vengono costruiti la Chiesa Madre, il Castello dei Montaperto, la Chiesa di Sant'Antonino Abate e, nel XVIII secolo, la Chiesa di San Giuseppe. Ultimo signore di Raffadali fu Salvatore Montaperto Valguarnera. Il paese si trova a 410 metri sul livello del mare, conta quasi 13.000 abitanti. All'agricoltura e dedita la maggior parte della popolazione. Vi è, inoltre, un discreto patrimonio zootecnico.

 


Ravanusa

       Le origini del Comune di Ravanusa risalgono ad una delle imprese militari di Salvatore Palmeri, cugino del sovrano normanno Ruggero. Palmeri assediò e distrusse la fortezza araba, presieduta dall'emiro Mulciabile Mulè, dalle cui ceneri sorse Ravanusa. Lo scontro tra l'emiro e il condottiero Palmeri fu epico, ed è rimasto nella storia. Gli Arabi erano in ritirata dopo la sconfitta a Naro e vennero assaliti da Palmeri e dai suoi ottanta cavalieri. I saraceni opposero notevole resistenza dentro le mura della fortezza. Ma Mulciabile Mulè venne accusato di viltà perchè rimaneva a combattere dentro le mura. Allora l'emiro uscì per sfidare ad armi pari e in duello il Palmeri. Il normanno ebbe la meglio e presentò la testa dell'emiro, dopo averla recisa, al Conte Ruggero, che donò al Palmeri la propria spada e gli concesse in perpetuo dominio "Castra el fortilitia quae habebal dictus Mulciabilis Mulè" . Diversi secoli dopo, la baronia venne acquisita dalla famiglia Bonanno, e Giacomo Bonanno, nel 1616, ottenne la licenza di popolare il feudo e, pertanto, fondò il borgo di Ravanusa. Tale nome è legato ad una leggenda. Si racconta che il paladino Orlando era venuto in Sicilia a liberare una giovane caduta nelle mani di un temibile Sultano. Durante le ricerche si trovò senza acqua e molto assetato. Non trovando alcuna fonte, rivolse una preghiera a Dio e miracolosamente sgorgò una copiosa fonte d'acqua limpidissima. Il paladino battezzò quella zona con il nome di Rivinuta, acqua rinvenuta. Il paese non presenta nulla di particolarmente rilevante dal punto di vista artistico. Nelle sue vicinanze sorgono i resti di un tempio greco, forse avanzi di una antica città siculo-greca, Kakiron. Ravanusa sorge a 320 metri sul livello del mare alle falde meridionali del monte Gibbesi. Dista 55 chilomelri da Agrigento. Ha una popolazione di circa 16 mila abitanti. Vi sono diverse aziende agricole ed artigianali e un discreto patrimonio zootecnico.

 


Realmonte 

       Realmonte (dal latino Mons Realis) deve il suo nome al nobile Giovanni Monreale che, nel 1650, acquistò dal barone di Siculiana, don Giovanni Platamone, il feudo di Mendola ed ottenne, nel 1680, la licenza di popolarlo. Presto arrivarono coloni dai feudi vicini e la piccola comunità cittadina eresse la sua prima chiesa nella pianura di Carricacina, dedicandola a Sant'Antonio. Negli stessi anni vennero edificati il Castello e la Corte del Signore del luogo. Ad un secolo dalla sua fondazione, Realmonte contava già oltre 1500 abitanti. Il paese si sviluppò soprattutto verso settentrione. Il luogo era fertile e pianeggiante e la popolazione viveva soprattutto di agricoltura. Nella seconda metà del secolo scorso venne inaugurata la Chiesa Madre, sorta in onore di San Domenico, che è oggi il patrono di Realmonte. Negli ultimi anni, presso la città, è stata aperta una miniera che produce, oltre salgemma, anche sali polassici e carinite. Ma è fiorita soprattutto una intensa attività commerciale, legata al turismo, assai intenso durante l'estate, poichè il litorale è tra i più belli e suggestivi della Sicilia occidentale. Nell'ultimo decennio, nella vicina Capo Russello sono stati organizzati, da diversi comitati scientifici, scavi archeologici che hanno conosciuto notevole successo. Molti i ritrovamenti di reperti (soprattutto arnesi da lavoro e di caccia) preistorici. È stata, infine, portata alla luce, da un'èquipe di archeologi giapponesi, una parte della Villa Romana che sorge in località "Punta Grande". Da visitare il suggestivo promontorio di marna dove sorge la "Scala dei Turchi", uno dei luoghi più ammirati della costa sud-occidentale.

 


Ribera

       Ribera si estende su un territorio dove sorgeva un più antico centro abitato, denominato "Allava", che, però, era già scomparso quando venne costruito il modesto borgo feudale che diede origine al paese. L'idea di edificare il borgo, pur senza una "licenza populandi", venne, nel 1628, al nobile Luigi Guglielmo Moncada Aragona La Cerda, Duca D'Alcalà. Questi diede alle poche e modeste case del borgo il nome della consorte, Maria Alfan De Ribera, figlia del Vicerè Duca D'Alcalà. Si trovava in un territorio assai fertile, compreso tra i fiumi Verdura e Platani. Ciò favorì l'insediamento di famiglie di agricoltori in cerca di buona terra da lavorare. Nel 1673, al primo signore successe Ferdinando D'Aragona Moncada, che ottenne diversi titoli nobiliari, tra i quali quelli di Principe di Paternò, di Montalto e di Bivona. Dal matrimonio con Maria Teresa Faxardo Toledo e Portugal, dei Marchesi di Los Velas, il principe ebbe una figlia, Caterina, che sposò Giuseppe Toledo di Ferrandina e Marchese di Villafranca al quale il feudo di Ribera andò in dote. Nel 1736 lo ereditò il loro primogenito, Federico di Toledo Aragona Moncada, che lo mantenne sino al 1754, quando venne trasmesso all'unico erede universale della nobile casata, Antonio Alvarez de Toledo Duca di Ferrandina e di Bivona. Nel 1812, con l'abolizione del feudalesimo, tutti i diritti sul feudo e la baronia di Ribera vennero meno, e il patrimonio venne diviso tra diversi eredi. Di interesse artistico Ribera non presenta molto, se si eccettua il Castello dei Conti Luna e la Chiesa Madre a tre navale del Seicento. La ricchezza principale del paese e, da sempre, l'agricoltura. La produzione è molto varia ed abbondante. Oggi, Ribera è uno dei centri economici più importanti della provincia di Agrigento. Non manca l'allevamento e qualche attività industriale.

 


Sambuca di Sicilia

       Gli Arabi la chiamarono Zabuth e la costruirono alle pendici del Monte Genuardo, tra il fiume Belice e il Sosio, a 350 metri sul livello del mare. Mantenne l'antico nome anche quando Guglielmo. Il concesse il caso ai monaci di San Martino delle Scale. Ancora nel 1185, infatti, viene indicato con la denominazione di Rahal-Zabuth. Qualche secolo dopo, la giurisdizione passò alla famiglia romana Barberini e successivamente quella dei Beccadelli di Bologna dei Principi di Camporeale. Il terremoto del 1968 ha irrimediabilmente danneggiato l'antico abitato, che ha rappresentato l'esempio migliore, in Sicilia, di struttura urbana tipicamente araba. Ma, dopo il terremoto, i Sambucedi non hanno più abitato nelle modeste case e nelle vie brevi e tortuose del vecchio centro. Sono stati costretti, infatti, a emigrare ed ad accamparsi momentaneamente in tende e baraccopoli. Nel 1923 il paese ha assunto il nome di Sambuca di Sicilia. Tra i suoi monumenti merita attenzione la Matrice di origine medievale, più volte riedificata ed in particolare nell'anno 1642. Esiste ancora qualche opera del pittore Frà Felice da Sambuca. Un suo affresco, ad esempio, si trova nella chiesa di Santa Caterina. Per quanto concerne l'edilizia civile, si ricordano i palazzi Panitteri e Beccadelli. Dopo il terremoto, l'economia del paese è notevolmente decaduta. Le attività principali sono costituite dall'agricoltura e dalla zootecnia. Buona è la produzione soprattutto vino e di olio. Sviluppato e rinomato è l'artigianato della creta, con aziende che realizzano vasi per l'olio, recipienti per l'acqua, tegole.

 


Sant'Angelo Muxaro

       Sant'Angelo Muxaro e l'antica Mu-Assar, borgo fortificato di origine araba e in cui sorgeva anche un castello. Dopo la dominazione araba appartenne alla famiglia Chiaramonte, alla quale il borgo e il feudo vennero confiscati alla fine del Trecento e passarono sotto la giurisdizione di Guglielmo Raimondo Moncada. Ma questi entrò ben presto in contrasto con Re Martino, e il feudo venne concesso al figlio dello stesso Moncada, Ruggero. A questa stessa famiglia, tuttavia, vennero concessi diversi privilegi, tra cui il diritto di esercitare sul territorio la giustizia civile e criminale. Nella seconda metà del Quattrocento, Sant'Angelo Muxaro passò alla famiglia De Marinis. Al tempo di Pietro Ponzio De Marinis, nel 1511, venne costruito il centro abitato. Questi eventi favorirono la colonizzazione di profughi albanesi, che caratterizzò per diversi anni la vita del paese. Nel 1600, la baronia venne acquisita dai Principi di Castelvetrano, D' Aragona e Tagliavia e infine passò sotto la giurisdizione del Pignatelli, Duchi di Monteleone, che la conservarono sino al 1812, quando in Sicilia la feudalità venne soppressa. Sant'Angelo Muxaro sorge a 300 metri sul livello del mare, al centro di una ridente vallata. Dista dal capoluogo 30 chilometri. Recenti scavi archeologici hanno meglio evidenziato, sul territorio, tracce di una civiltà pre-greca indigena che era presente nella vallata già 4,000 anni prima di Cristo, Negli ultimi venti anni sono stati trovati molti interessanti reperti del periodo neolitico. Il materiale raccolto si trova nel musei archeologici di Agrigento e Siracusa. Nel centro storico del paese sono da visitare la Chiesa Madre e quella del Carmelo, Le condizioni economiche sono molto modeste. Il paese conta poco più di 2.000 abitanti.

 


San Biagio Platani

       Questo piccolo centro dell'entroterra agrigentino sorge su una zona collinare, a piccola distanza dal fiume Platani, da cui prende il nome. Si trova su un'altitudine di 416 metri sul livello del mare ed ha una popolazione di poco più di cinquemila abitanti, dedita soprattutto all'agricoltura. Il feudo di San Biagio, su cui, nei secoli, è nato e si è sviluppato il borgo, risale, assai probabilmente, all'epoca bizantina. Recenti scoperte archeologiche sembrano confermare questa dato storico. Abbondano, infatti, i materiali, risalenti a questa epoca, rinvenuti in diverse parti della collina. Sappiamo, con maggiore sicurezza che, nel 1677, il feudo apparteneva al barone Don Fabio di Gerardo. A questi successe Don Pietro Gianguercio e quindi il suo primogenito Mariano, cui si deve la fondazione del borgo, Mariano Gianguercio, infatti, ottenuta la licenza di popolare il feudo, vi edificò le prime case rurali e, pochi anni dopo, anche uno chiesa. Il primo nome del piccolo borgo fu Terra di San Biagio, in onore del Santa che, da sempre, è stato anche il patrono dei Sambiagesi. Dalla seconda meta del Seicento, fino al 1716, il borgo venne acquisito dalla famiglia Ioppolo. In questo periodo la famiglia Ioppolo detenne la giurisdizione del paese, ma non potè curarne l'amministrazione direttamente e si servì di governatori che non sempre hanno lasciato un buon ricordo. La famiglia Bonanno che prese possesso di San Biagio nella seconda metà del Settecento, provvide a garantire un governo del paese più stabile. Infine il piccolo centro divenne possesso della famiglia Gioeni dei Principi di Petrulla e dei Duchi D'Angiò. Nella prima metà del secolo scorso, il Comune assunse l'attuale denominazione. Le bellezze artistiche del paese sono costituite, essenzialmente, da edifici religiosi del settecento, come la Chiesa Madre e la Chiesa del Carmelo. Di carattere religioso è anche la principale testa del paese, quella degli Archi di Pasqua, costituita da spettacolari addobbi di pane, raffiguranti scene sacre.

 


Sciacca

       "Thermae Sellnunllnae" in epoca greca, "Acquae Labodes" in epoca romana. Così veniva definita, già nell'antichità, l'odierna "Città delle Terme". Ma oltre che città termale, Sciacca fu, nel VII secolo a.C., un fortilizio dei Selinuntini, realizzato su preesistenti insediamenti fenici. Nel III secolo a.C. era sotto il dominio dei Cartaginesi. Passò successivamente sotto la dominazione romana e, in epoca imperiale, era nata come stazione postale. Toccata nel primo cristianesimo dal monaco Calogero, ne conserva ancora intatto il ricordo, grazie alla bella basilica edificata, in onore del Santo, sul monte Kronio, dove il monaco visse. Furono gli Arabi, nell'anno 840, a darle l'attuale nome (in arabo Asc-Scaggah). Il suo porto commerciava con Tripoli e la Tunisia tutta. Dopo la conquista normanna fu contea degli Altavilla, divenendo uno dei centri eminenti del potere normanno. Fu, sottomesso alla "mala signoria" angioina e dopo la pace di Caltabellotta, fu dominio di Guglielmo Peralta che edificòil Castel Nuovo. L'evento forse più noto della storia della città è il famoso "caso di Sciacca". Pretestuoso diverbio fra nobili e potenti famiglie finito nel sangue, e di cui è stata data una interpretazione molto romantica.Solo l'intervento delle truppe regie, nel 1550, riportò la pace in queste contrade. Nel Seicento il paese subisce il dominio ed il fiscalismo spagnolo. Di rilievo è, però, l'opera del grande mecenate Giovan Battista Perollo. Nel 1720 la città ebbe a soffrire per l'assedio postovi dagli Austriaci del Seckendorf. La dominazione sabauda passa senza eventi di grande rilievo, importanti, però, furono le vicende risorgimentali. Numerosi e illustri furono i patrioti saccensi. Ci è impossibile qui elencare i molti beni artistici che la città vanta, tutto il centro Storico ne è ricco. Sotto il profilo economico e culturale è uno dei centri più importanti della provincia. La popolazione di quasi 35 mila abitanti, dista 69 chilometri da Agrigento.

 


Santa Elisabetta

       Santa Elisabetta è stata elevata a Comune autonomo nel 1955. Oggi conta poco più di 3.000 abitanti e si estende su una superficie di 16,17 chilometri quadrati. Molti sono gli emigranti, oltre 2 000, sparsi in tutto il mondo. La cittadina venne fondata dal nobile Nicola Montaperto nel 1620 e molto presto vi si insediarono soprattuttto pastori della vicina Raffadali. Ma la zona è stata certamente abitata in epoca assai remota. Sul versante settentrionale della vicina collina Kelli sono state rinvenute, intatte, tombe sicane del primo millennio avanti Cristo. Ma tutta la zona è di grande interesse archeologico e non mancano, di anno in anno, spedizioni scientifiche che portano alla luce reperti interessanti. Nel Medioevo il piccolo centro di Santa Elisabetta ha avuto una storia piuttosto modesta e legata soprattutto alle alterne vicende delle famiglie nobiliari che s'investirono dei titoli relativi. Nel 1649 alcuni cittadini, ai comando di Giuseppe Montaperto, incaricato dal cardinale Trivulzio di rimettere ordine in Sicilia e ad Agrigento, infestate di delinquenti, si distinsero per coraggio e fedeltà, tanto che ottennero dai cardinale vicerè Trivulzio la dilazione di qualsiasi debito per cui si pagava la decima in favore delle famiglie che andassero ad abitare quelle terre. Nel 1748 divenne un Ducato e ciò diede maggiore prestigio al paese, ma non servi a favorire il decollo ecocomico. Santa Elisabetta ha scritto importanti capitoli nella storia della nascita del movimento operaio in Sicilia. Nel periodo dei "fasci siciliani" e durante le lotte contadine del dopoguerra. la città è stata protagonista di eventi significativi.

 


San Giovanni Gemini

       Posto a 672 metri sul livello del mare, sul versante orientale del Monte Cammarata, La sua storia è molto recente. Sino al 1812, le vicende di San Giovanni Gemini coincidono con quelle di Cammarata. Sul territorio su cui sorge il paese, comunque, nel Cinquecento si trovavano già alcune case ed una cappella dedicata a San Giovanni, la cui zona residenziale prese il nome. Ciò avveniva al tempo di Federico II Abatellis, Conte di Cammarata. San Giovanni avvertì l'esigenza dell'autonomia da Cammarata molto presto. Già alla fine del 1500 erano sorte discordie tra i residenti delle due zone che popolavano il Monte Cammarata. Così, nel 1583, Don Ercole Branciforte decise di dividere il territorio di Cammarata da quello di San Giovanni Gemini e garanti ai due centri una distinta attività ed autonomia civile e amministrativa. Nello stesso tempo il borgo di San Giovanni Gemini venne elevato a ducato da Filippo II di Spagna. Il paese ebbe un discreto sviluppo nel Settecento quando vennero realizzate molte nuove costruzioni. Dello stesso tempo sono le numerose chiese ed il Convento dei Cappuccini, arricchito da belle tele dell'artista Padre Fedele da San Biagio. San Giovanni Gemini conta una popolazione di poco più di ottomila abitanti, nonostante si contino un gran numero di emigranti. L'economia del paese, infatti, è piuttosto modesta e ciò ha costretto diversi sangiovannesi a cercare lavoro all'estero. La popolazione attiva è distribuita tra l'attività agricola e quella industriale. Discreta è la pratica dell'allevamento dei bovini e degli ovini. L'agricoltura produce grano, fave, olive, mandorle, agruml, frutta, uva. L'artigianato conta diverse aziende.

 


Siculiana

       Sulle origini di Siculiana gli storici non sono concordi. Alcuni la fanno risalire all'antica Cena, una delle stazioni dell'itinerario di Antonio, da Agrigento verso la Sicilia occidentale. Per altri venne fondata dagli Arabi, ma fu distrutto dai Normanni. Così qualche studioso fa risalire il suo nome al latino Siculi lanua e qualche altro all'arabo Suq-al-Jani, mercato di Giovanni o Kalat Sugul. Uno dei primi documenti storici che parlano di Siculiana è un diploma di Guglielmo I con cui, nel 1161, viene concesso o Matteo Bonello il "Casale Suguliane in territorio Agrigenti, positum inter Murtilata, Latoronium, Garchibit et mari". Nel 1296, Federico III d' Aragona concesse l'investitura della baronia di Siculiana a Federico Chiaromonte che fu il vero fondatore del paese, poichè attirò verso il casale molti coloni e, di fatto, lo edificò. Secondo lo storico Tommaso Fazello, il Chiaramonte ricostruì, innanzittutto, l'antico castello che gli Arabi avevano edificato sul promontorio di Siculiana e che i Normanni avevano distrutto. Alla morte di Federico Chiaromonte, erede universale di tutti i suoi beni venne riconosciuta Costanza. Titolo e proprietà passarono successivamente ad Antonio Chiaramonte dei Carretto. Le vicende feudali dei paese subirono una nuova svolta il 27 novembre 1422, allorchè il re Alfonso il Magnanimo investi dei privilegi Gisberto isfar et Corilles. È con questo nuovo signore che il caricatore di Siculiana ebbe un certo sviluppo. L'ultimo erede degli isfar fu Vincenzo Corilies, che vendette la baronia a Guglielmo Valguarnera. Nel 1695 principe di Cattolica e barone di Siculiana divenne Vincenzo Bosco, duca di Misilmeri. Unico episodio storico degno di nota per la piccola cittadina, nel XVIII secolo ha per protagonista l'Austria. Il caricatore di Siculiana, il 21 marzo 1720, venne attaccato per terra e per mare dagli Austriaci e alla fine venne conquistato. Nello stesso anno la baronia era stata assegnata al principe Francesco Bonanno. Ultimo barone venne riconosciuto Antonio Barone Perez. Oggi il paese conta quasi 6.000 abitanti, il flusso migratorio è stato sempre considerevole. La gente di Siculiana si dedica prevalentemente all'agricoltura e alla pesca.

 


Santa Margherita Belice

       Santa Margherita Belice venne fondata, nel 1575, da Antonio Corbera su un'antica rocca già abitata dagli Arabi, che avevano denominato il borgo da loro edificato Manzil el Sindi. Il barone Corbera ottenuta la licenza di popolare il feudo, diede al nuovo casale il nome di Santa Margherita Belice. In buona posizione strategica, il paese dominava anche militarmente la estesa Valle del Belice del Carboi, il borgo venne fornito di robuste mura e, quando passò sotto la giurisdizione dei Principi Filangieri di Cutò, vennero costruite diverse nuove case, tra cui un palazzo passato alla storia per avervi ospitato la regina Maria Carolina che era fuggita da Napoli. Lo stesso palazzo è stato poi descritto da Giuseppe Tomasi da Lampedusa nelle sue opere "Il Gattopardo" e "I ricordi". Purtroppo questo edificio subì gravi danni, come tutto il patrimonio artistico di Santa Margherita Belice, a causa del disastroso terremoto del 1968. Crollò anche la bella Chiesa Madre del Settecento. Moltissimi Margheritesi sono rimasti, per diversi anni, senza tetto e sono stati costretti a vivere nella baraccopoli. Naturalmente anche l'economia è stata duramente colpita e per alcuni settori, in maniera irrecuperabile. L'agricoltura produce grano duro, olio, mandorle, cereali, agrumi e fichi d'india. Vi sono in attività botteghe di artigianato artistico per la produzione di sculture e di campane di bronzo. Santa Margherita Belice è a 465 metri sul livello del mare in zona collinare. Dista dal capoluogo 110 chilometri.

 


Santo Stefano di Quisquina

       Santo Stefano Quisquina si trova nella maestosa e amena valle del Magazzolo. Sorge a 732 metri sul livello del mare e dista 73 chilometri da Agrigento. Prima della sua fondazione, alcuni documenti attestano l'esistenza di un casale Sancti Stephani appartenuto, già nel X secolo alla famiglia Sinibaldi. Il primo signore di Santo Stefano, di cui sappiamo il nome, fu Giovanni di Caltagirone, che visse ai tempi del regno di Federico II di Aragona (1296-1337). A Giovanni successe il figlio Nicola, che viene ricordato per avere edificato un fortilizio a protezione del nuovo casale. Ad Antonio Caltagirone seguirono Giovanni e Ruggero Sinibaldi. Quest'ultimo si ribellò al re Martino d'Aragona ed i suoi beni furono confiscati e devoluti alla Reale Corona. Ruggero Sinibaldi era sposo di Maria Guiscarda, parente di Ruggero II, re dei Normanni. Dal loro matrimonio nacque Rosalia, proclamata santa e patrona del paese. Nel 1396 divenne signore del paese Guiscardo de Agljs. Questa famiglia mantenne il potere in città sino al 1504 quando l'ultima erede, Giovanna, andò in sposa a Giovanni Larcan e i Larcan divennero i nuovi baroni del territorio. Nel 1549 Vincenzo Larcan vendette la baronia e gran parte dei suoi beni al Protonotaro del Regno di Sicilia, Alfonso Ruiz, che fece dono della baronia alla madre Elisabetta nel 1574. Essendo, questa, moglie di Carlo Ventimiglia, nel 1599 ogni diritto transitò alla famiglia Ventimiglia e Pietro Ventimiglia (figlio di Elisabetta e Carlo) fu investito della baronia il 16 settembre 1599. Intanto il casale andava trasformandosi in un vero paese. I Ventimiglia dominarono a lungo, sopravvissero ancha ad eventi luttuosi. Il paese ebbe un particolare sviluppo sotto Giuseppe Emanuele Ventimiglia. Assunse definitivamente la denominazione di S. Stefano Quisquina il 4 gennaio 1863. Sono da visitare le belle costruzioni del Settecento e in particolare la Chiesa del Santuario di Santa Rosalia, posto in luogo ameno, ricco di vegetazione e situato tra i monti Cammarata e delle Rose. Accanto all'eremo si trova la suggestiva grotta in cui, secondo la tradizione, visse per qualche tempo Santa Rosalia, il territorio è, in gran parte, adibito a pascolo. Non manca l'attività artigianale.

 


Villafranca Sicula

       Villafranca Sicula con i suoi 2.000 abitanti, è uno dei centri più piccoli della provincia di Agrigento. Dista al capoluogo 63 chitometri ed e posto a 375 metri sul livello del mare, sulla collina litoranea lambita dal Vallone di Mortilla, presso la stretta della valle dalla quale il fiume Sosio esce con il nome di Verdura. È accertato storicamente che, al tempo della dominazione normanna, il territorio su cui oggi sorge il paese di Villafranca Sicula rientrava nella giurisdizione dell'Archimandrita di Messina, come viene attestato da un diploma del Conte Ruggero. Fu lo stesso sovrano normanno a concederlo all'Archimandrita, assieme al casale di Racaldfal (oggi Raffadali). Nel XV secolo il feudo appartenne alla famiglia Peralta ed Alliata. Fu Antonio Alliata a costruire sul territorio, nel 1499, un borgo che venne denominato Villafranca, nome del proprio titoto nobiliare. I primi a stabilirvisi furono alcune famiglie operaie della vicina Salaparuta, che lavoravano alle dipendenze di Antonio Alliata. Venne costruito un castello che purtroppo è stato distrutto dal terremoto del gennaio 1968, così come la bella Chiesa Madre a struttura cinquecentesca. Oggi rimane dell'antico paese solo la Chiesa di San Giovanni ad unica navata e la cui facciata presenta un portale elegante con colonne tortili. Il paese vive soprattutto dei proventi dell'agricoltura e della zootecnia, ma si tratta di redditi modesti. Anche le rimesse dei tanti emigranti sono piuttosto scorse, nel complesso.

 

 

 


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