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Agrigento
Il comune di Agrigento è posto nello fascia costiera
meridionale della Sicilia, fra il livello del mare ed una altitudine di
674 metri Il suo territorio occupa una superficie di quasi 245 kmq. La
popolazione è composta da poco più di 54 mila abitanti nel solo centro.
La città presenta un aspetto urbanistico medievale, ma è nota
soprattutto come la città dei Templi. Purtroppo, però, una massiccia e
caotica espansione, avvenuta nell'immediato dopoguerra, ha trasformato
l'immagine di Agrigento a danno anche dell'equilibrato rapporto che, nei
secoli, era stato realizzato tra il centro urbano e la Valle dei Templi.
Appartengono al Comune anche le frazioni di Montaperto. Giardina Gallotti,
Villaggio Mosè, Villaggio La Loggia, Villaggio Peruzzo, Villaseta, San
Leone (che costituisce la zona di residenza estiva degli abitanti),
Monserrato, Fontanelle. È, principalmente, centro amministrativo. Vi si
trova, infatti, una vasta gamma di servizi tecnico amministrativi. E dal
rapporto d'impiego con enti pubblici deriva il reddito della maggior parte
della popolazione attiva. L'agricoltura è rappresentata da colture e
produzioni tradizionali (mandorle, frumento, olive),e da coltre di tipo
irriguo (ortaggi, frutta, uva e agrumi). L'industria vera e propria è del
tutto assente. Nonostante i notevoli sforzi essa continua. infatti, a
rivestire carattere prevalentemente artigianale. L'edilizia, che un tempo
costituiva uno dei settori economici ed occupazionali più importanti, da
tempo è interessata da una profonda crisi. L'attività commerciale ha
conosciuto un discreto progresso. ma risente della mancanza di servizi e
di infrastrutture. Il contributo delle attività turistiche all'economia
è importante, ma questo settore rimane ancora poco valorizzato,
nonostante le notevoli risorse. Si parla, infatti, di turismo di transito
e non di soggiorno. Nonostante la creazione, negli ultimi anni, di diversi
alberghi, la città si presenta carente e poco idonea a rispondere alla
domanda turistica e alle esigenze del settore.
Alessandria della Rocca
Alessandria della Rocca è un piccolo centro posto a
533 metri sul livello del mare, e dista 65 chilametri da Agrigento. La sua
fondazione si deve al barone Blasco Carlo Barresi che, nel 1570, attenuta
lo jus populandi, fece costruire sul suo feudo le prime case dando al
nuovo piccolo borgo il nome di Alessandria della Pietra. Cento anni dopo,
un fatto miracoloso avvenne nella piccola Alessandria e fu all'origine,
tra l'altro, del cambiamento del nome del paese. Una donna del popolo,
cieca e assai povera, ebbe l'apparizione della Madonna, mentre era andata
in campagna can la figliola a raccogliere qualche verdura. La Madre di Dio
le disse di scavare sul luogo dove si trovava e proprio sullo stesso
posto, fu rinvenuta una statua della Vergine che risaliva, probabilmente
al VI secolo ed era di ottima fattura, oltre che di grande valore. Ancora
oggi i fedeli del paese venerano quella statua e, per far memoria perenne
dell'evento, mutarono il nome del paese in quella di Alessandria della
Rocca poichè la statua venne trovata in contrada Rocca Incavalcata. Il
miracoloso rinvenimento fu all'origine anche di un contenzioso tra il
barone don Blasco Carlo Barresi, che rivendicava la proprietà della
statua, essendo stata scoperta su un suo feudo, e la popolazione locale.
Il barone aveva già portato la statua in un suo palazzo a Palermo, ma il
popolo si sollevò e costrinse don Blasco a consegnare la statua della
Vergine alla chiesa che pensò a far costruire un Santuario, da secoli
divenuto meta di pellegrinaggio la Madonna della Rocca è la Patrona del
paese. La popolazione di Alessandria della Rocca vive di attività
agricola. Il paese conta poco più di cinquemila abitanti.
Aragona
Alle falde del monte San Marco, nella regione collinare
tra i fiumi Platani e Salso, si estende il centro di Aragona. Dista appena
16 chilometri da Agrigento ed era, un tempo, una rinomata zona di miniere
di zolfo. La fondazione di Aragona risale agli inizi del 1600, per volontà
del Conte di Comiso Baldassare Naselli. Questi, ottenuto da Filippo III il
diritto di popolare il suo feudo di Diesi nel 1606, fece costruire le
prime case e diede al piccolo borgo il nome della madre, Beatrice
Tagliavia d'Aragona Branciforti. La famiglia Naselli dominò nel paese
sino alla fine del secolo scorsa. La baronia era stata elevata a
principato dal re Filippo IV. Il palazzo del principe, che ancora oggi
domina il paese, fu il segno per tutti evidente della magnificenza dei
potenti Naselli. Nel 1872, però, il sacerdote Luigi Burgio Naselli istituì
nel principesco palazzo dei suoi avi un ricovero per orfanelle. Questa
bella costruzione del Settecento è stata decorata dal Borremans. Non
tutto il ciclo decorativo è stato conservato, tuttavia diversi ambienti
ne conservano ancora le tracce. Del Settecento è anche la Chiesa Madre di
Aragona che ospita, tra l'altro, un presepe dello stesso periodo di
fondazione e una bella rappresentazione della trasfigurazione di
Raffaello, realizzata dal pittore Crestadoro nel 1793. Altre opere d'arte
si possono ammirare nella Chiesa del Carmine Qui si trova una statua di
San Giuseppe dello scultore piemontese Bagnasco. Nel territorio di Aragona
si trovano, infine, le "Maccalube", una curiosità naturale
ammirata e studiata da diversi secoli. Ad Aragona, dopo la chiusura di
molte miniere, è fiorente soprattutto l'attività industriale di
carattere artigianale, nonchè l'agricoltura. Numerosi, ancora oggi, sono
gli emigrati.
Bivona
Se ha ragione lo storico Maurolico, Bivona fu una delle
città fondate dal tiranno di Siracusa Gelone e nell'antichità si
chiamava Hipponium. Se si prescinde da queste lontane tracce, però,
bisogna far riferimento ad un documento del 1160 per trovare un atto che
citi il paese. Da questo testo si evince che era un piccolo casale di
origine musulmana. Occorre poi fare un salto di due secoli, quando il
paese è sotto il dominio dei Chiaramonte. Verso la fine del 1300 la
baronia passò a Nicolò Peralta e quindi, nel 1404, ad Artale di Luna, da
cui ebbe origine il famoso "caso di Sciacca", di triste memoria.
Bivona fu al centro di questo celebre episodio. Di quegli anni rimane
traccia solo attraverso i resti di un antico castello edificato da Corrado
D' Auria. La famiglia Luna rimase al potere a lungo e Pietro, nel 1530,
ebbe il titolo di Duca. L'investitura possò poi ai nobili Moncada nel
1621. Quindi vennero in successione le famiglie Alfan de Ribera e De
Toledo, che furono gli ultimi Duchi ad esercitare la signoria sul paese e
non vengono ricordati certamente per le loro capacità amministrative. Il
paese conserva ancora buone tracce del suo passato. Vi si trovano
soprattutto chiese medievali e moderne. Di notevole interesse artistico è
soprattutto la Chiesa Madre, del secolo XII, realizzala da Giovanni
Chiaramonte e quindi in stile chiaramontano, la chiesetta di San
Bartolomeo, con il suo portale cinquecentesco, la Chiesa di Santa Rosalia
di antiche tradizioni. Quest'ultima venne costruita in onore della
"Santuzza", che nel 1576, invocata dai fedeli, ebbe il merito di
aver fatto cessare la peste. Bivona, per questo, l'ha eletta a propria
Patrona e festeggiata la sua festa il 4 settembre, con fiera e mercato.
Bivona conta circa cinquemila abitanti. Le attività principali sono
quelle agricole. artigianali e zootecniche.
Burgio
La tradizione vuole che Burgio sia stata fondata dai
superstiti dell'antica città sicana di Scirtea. In ogni caso ebbe le sue
origini in epoca musulmana e il suo primo sovrano fu Hamud, della dinastia
di Ali, del ramo degli Edrisiti. Questo signore era stato cacciato dalla
Spagna, dove aveva regnato sul grande e prestigioso califfato di Cordova.
Caduto in disgrazia, si rifugiò in Sicilia e divenne il signore di
Burgio. Ma, pochi anni dopo, dovette anche lui soccombere, quando le
armate di Ruggero il Normanno invasero l'isola. Hamud oppose strenua
resistenza, ma alla fine decise anche di convertirsi al cristianesimo. La
Signoria di Burgio venne affidata, da Ruggero, a Federico d'Antiochia, che
era già conte di Mistretta e Caltabellotta. Quindi, nel 1337, giunse
nelle mani del barone Raimondo Perolta. Questa famiglia rimase a lungo al
governo di Burgio, finchè non dovette cedere ogni privilegio ai baroni De
Cardona. Antonio De Cardona venne investito nel 1518. Questa famiglia ha
avuto il dominio incontrastato sul territorio per circa tre secoli. Ultimo
barone fu Filippo Colonna d'Este, che decadde nel 1812. Il centro storico
è costellato dalle caratteristiche strette viuzze, dalle anguste case e
dai solidi archi scuri che ritroviamo in tutti i borghi di origine araba.
Molte anche le chiese, alcune risalenti all'epca normanna, come la Chiesa
Madre Questo tempio e ricco anche di molti pregiati affreschi e di opere
del Gagini. Presso il paese sorge il Santuario dello Madonna di Rifesi,
nel quale si conserva per alcuni mesi ogni anno il Crocifisso di Rifesi,
molto venerato. La popolazione di Burgio è dedita soprattutto
all'agricoltura, all'allevamento, all'artigianato e all'edilizia.
Calamonaci
Lo stesso nome di Calamonaci sembra essere di indubbia
provenienza araba Kal-at-Munach, fortezza di fermata o di sosta; stazione
di fermata dove si rilevano i cavalli. Sorge su un'altitudine di 307 metri
a 54 chilometri da Agrigento e a 4 da Ribera, il suo territorio si estende
dalla montagna Chirchillo a Scirinda e dal fiume Verdura alla Salina
Sorge, quindi, tra rigogliosi vigneti e secolari uliveti e la sua economia
è prettamente agricola. Si producono, in particolare, vino, olio, agrumi,
mandorle. Nel 1287 l'antico feudo venne venduto dal re Giacomo di Aragona
a Berengario de Villaragut che aveva seguito il suo sovrano in Spagna. Nel
1296 Federico II lo concesse a Berengario de Spuches con la clausola dello
jus francorum. Successivamente passò ai baroni Inveges e Perollo di
Sciaccca. Non fu mai molto popolato, rimanendo per alcuni secoli nelle
dimensioni di un modesto casale e passò in proprietà a diversi
feudatari. Il 6 febbraio 1574 Antonino De Termini ottenne lo Jus
populandi, ossia il diritto a fondare e popolare il feudo di Calamonaci.
Dieci anni dopo, iniziarono i lavori per la costruzione della Chiese di
San Vincenzo Ferreri, unica Chiesa del paese. Nella prima metà del 1600
Calamonaci contava poco più di 650 anime. In questo secolo sorse anche un
piccolo convento di Carmelitani, che ebbe però poca vita. La storia del
paese è legata, fino al secolo scorso, alle vicende delle famiglie locali
che ne hanno acquisito il possesso. La città moderna si presenta al
visitatore ben squadrata, divisa in quattro zone da due arterie principali
(Corso Francesco Crispi e Via Garibaldi).
Caltabellotta
La città di Caltabellotta trae le sue origini
dall'antica Triocala, la cui storia si perde nell'antico periodo dei
Sicani ed ebbe un passato rilevante anche in età romana. Durante le
guerre servili, Roma dovette intervenire duramente per sedare una lunga
ribellione terminata con lo sterminio dei servi ribelli di Triocala e con
la distruzione della stessa città che da allora, non ebbe più l'antica
importanza, anche se la città venne ricostruita. Le origini del
cristianesimo a Triocala si fanno risalire a San Pellegrino, venuto in
Sicilia nell'anno 40 su invito di San Pietro. Molti i miracoli e tante le
tradizioni legate alla vita e alla missione del Santo fu venerato come
patrono di Triocala prima e di Caltabellotta poi. Nell'anno 837, Triocala
si arrendeva agli Arabi, che costruirono la città sulla rupe su cui prima
sorgeva l'antica Triocala e la chiamarono Caltabellotta (da Kalat
"luogo scosceso" e Belluth "quercia"). Roccia della
quercia. Nel 1090 il conte normanno Ruggero occupò Caltabellotta e
concesse all'archimandrita del monastero del San Salvatore di Messina il
feudo, il monastero e la Chiesa di Caltabellotta. Lo stesso feudo e gli
stessi privilegi vennero concessi, nel 1496 al nobile Antonio Peralta. La
città ebbe un ruolo significativo durante la guerra del Vespro. Come è
noto, il trattato di pace che pose fine al conflitto tra Aragonesi e
Angioini venne firmato a Caltabellotta il 29 agosto 1302. La contea di
Caltabellotta passò nel 1529, alla famiglia Luna che rimase coinvolta nel
famoso "caso di Sciacca" e, per questo, perse momentaneamente
tutti i beni, che le vennero restituiti, però poco tempo dopo dal sovrano
Carlo V. Successivamente passo alle famiglie Pignatelli, Moncada, Alvarez
Toledo. Molte delle Chiese e dei monumenti medievali sono andati
distrutti, ma la città conserva ancora un significativo patrimonio
artistico. Le naturali condizioni dell'ambiente e del paesaggio, e le
ottime condizioni climatiche, costituiscono le premesse valide per lo
sviluppo di una zona residenziale che offre i vantaggi di un soggiorno di
alta montagna
Camastra
Per risalire alle origini di Camastra dobbiamo
ricordare che il territorio su cui sorge venne ceduto dal re Federico II
al nobile Galvano Bonfiglio e per altre notizie dobbiamo avanzare nel
tempo sino al 1408, quando Matteo Palagonia, figlio di Francesco, che fu
uno dei vicari della regina Maria ne venne in possesso per diritto della
madre Mafalda Deiosa. A Matteo Palagonia successe, il 15 maggio 1478,
Mazziotto. Quest'ultimo lasciò il feudo nel 1510 al figlio Giovanni, il
quale a sua volta lo diede in dote alla figlia Filippa che andò in sposo
a Bernardo Lucchesi. E fu proprio un Lucchesi, Giacomo, che nel 1620 fondò
Camastra, altrimenti della Ramulia, divenendone cinque anni dopo duca, con
diploma del re Filippo. Camastra in quei tempi non dovette essere altro
che una fattoria, dove però ben presto trovarono asilo molti fuoriusciti
dei centri vicini. Si trattava soprattutto di accusati o condannati per
svariati reali pubblici. Camastra in tal modo vide un discreto sviluppo in
pochi anni e da piccola fattoria si trasformò in centro abitato ed entrò
a far parte della Comarca di Naro. La prima chiesa edificata fu quella del
SS. Salvatore. Oltre a questo edificio sacro vi erano una quarantina di
case. La popolazione non superava le 60 unita. Ma già il censimento del
1713 vide un sensibile aumento demografico. Si contano più di 300
abitanti residenti in un centinaio di case. Lo sviluppo è costante anche
negli anni seguenti, tanto che un secolo e mezzo fa a Camastra risiedevano
già un migliaio di abitanti. Lo sviluppo socio-economico del paese è
stato comunque sempre piuttosto modesto e anche questo piccolo centro
dell'agrigentino ha conosciuto la triste piaga dell'emigrazione.
Cammarata
Cammarata sorge sulle falde del monte omonimo, a 689
metri sul livello del mare. Qualche storico vuole che le sue origini siano
assai remote. La città sarebbe sorta, infatti, sulle rovine di un
antichissimo centro, la sicana Inyco, assai nota per la produzione di
vino. Di certo è, invece, che la città esisteva al tempo del conte
Ruggero d' Altavilla, dunque nel XII secolo, poichè questo signore
concesse il territorio di Camerata alla consanguinea Lucia che, per
questo, viene indicata nei documenti col titolo di Domina Cameratae. Già
a quell'epoca v'era un Castello, e i suoi signori godevano di diversi
privilegi. Nel secolo XIV la signoria di Cammarata passa nelle mani del
nobile Vinciguerra Palizzi, che l'ebbe in concessione dal re Federico Il
d'Aragona. Alla fine dello stesso secolo, il re Martino diede il feudo a
Guglielmo Raimondo Moncada. A seguito di questa decisione ci fu una
sollevazione popolare, e il Moncada dovette espugnare la città per
entrarvi. Pochi anni dopo però, cedette in vendita il territorio alla
famiglia Abatellis. In questo periodo Cammarata venne innalzata a contea.
Furono quindi i nobili Branciforti, circa un secolo dopo, a dominare in
città e a mantenere la signoria fino al 1669 anno in cui la ebbe in dote
Ferdinando Moncada e Aragona. Nel secolo seguente troviamo l'ultimo
Signore di Cammarata: il principe Paternò Luigi Moncada Ruffo. Di
notevole interesse artistico e il Castello di Cammarata, di cui rimangono,
però, solo i ruderi. Nelle chiese del paese si possono ammirare tele di
Pietro Asaro e opere dell'artista Bagnasco. Oltre all'agricoltura, è
assai sviluppata l'attività zootecnica e quella industriale,
rappresentata da fabbriche di laterizi e cooperative varie.
Campobello di Licata
L'origine di Campobello di Licata è certamente
posteriore al 1400. Il nome del feudo su cui sorse il paese è presente,
per la prima voltà in documenti del 1408, dove si indica come terra
soggetta, sotto Federico II d'Aragona, a Simone Matteo o de Mattina. Dagli
stessi atti si rilevò, inoltre, che passò a Sancio Daxe o Dexeo e nel
1430, a Marino de Matina, che ebbe concesso il feudo di Compobello di
Licata (Campus bellus) da re Alfonso, dinanzi al quale s'impegnò a
prestare servizio militare "more froricorum". La baronia dei de
Matina ebbe lunga vita. Passò, per successione di diverse generazioni,
sempre a questa stessa nobile famiglia, almeno fino a tutto il XVII
secolo. Il feudo venne edificato nel 168l, quando Raimondo Ramondetta di
San Martino ottenne la licenza populandi con l'acquisto del mero e misto
impero. Numerosi cataclismi di varia natura ostacolarono, però, e
ritardarono il popolamento. Col censimento del 1710 vi si potevano contare
212 abitanti e 113 case. Nel 1692 aveva ottenuto l'investitura Giovanni
Maria San Martino Ramondetta, uomo colto, dotto, che ebbe anche le supreme
dignità. Venne edificata la Castellania e, accanto ad esso, la Chiesa
Madre. Campobello di Licata appartenne sino alla fine del 1700, alla
famiglia Sammartino; ma intanto nel 1786, aveva iniziato i primi passi
verso l'istituzione dei nuovi ordinamenti amministrativi, che rimasero in
vigore fino all'abolizione del sistema feudale. Nel 1861 contava 5.835
abitanti, oggi oltre 10 mila. Il suo territorio si estende su uno
superficie di circa 80 mila metri quadrati. Sono in attività alcune
miniere, ma la produzione principale è quella agricola.
Canicatti'
Canicattì è un importante centro agricolo della
provincia di Agrigento, di 34 mila abitanti. Sorge a 365 metri di
altitudine ed è lambito dal fiume Naro. Il suo nome trae origine da una
espressione araba che significa roccia, fortezza, fortilizio di fango. E
poichè tale nome fu imposto durante la dominazione araba, è
probabilmente in questo periodo che Canicatti vide la luce. Il geografo
arabo Edrisi cita la zona su cui sorse il paese con la parola "Al
Quatta" (tagliatore di pietra), mentre bisogna attendere il 1400 per
trovare, su un documento notarile, la denominazione Candicattini",
dal latino Candicattinum, nome dato ad un piccolo torrente fangoso che
attraversava il feudo e la valle. C'è molta incertezza, quindi, sulle
origini di Canicattì e sul suo nome. Dopo la dominazione araba, la città
venne rifondata dal nobile Salvatore Palmeri (1089). Non ebbe, però,
grande importanza questo piccolo centro dell'entroterra; e, infatti, non
si fa più cenno ad esso se non nel 1393 quando risultò signore di
Canicattì Luca Formoso, che prese parte alla congiura di Andrea
Chiaramonte contro il Re Martino. Dal 1404 entrò a far parte della
Comarca di Naro e, in questo periodo, venne favorito l'incremento del
paese, che si trasformerà in Comune il 3 febbraio 1467, quando il Vicerè
Lope Ximenes concesse al milite Andrea De Crescenzo la licenza populandi
(la licenza di popolare). Nel 1500, suoi nuovi signori furono i baroni
Bonanno. Un secolo dopo, la popolazione di Canicattì superava già le
1700 unità e la città venne abbellita dal Duca Giacomo I con Chiese (la
Badia con l'attigua Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo), conventi,
giardini; e si insediarono molte nuove nobili famiglie e diversi ricchi
borghesi, che emergeranno economicamente che politicamente nel XVIII
secolo. Alla fine del 1600 si consolidò il culto a San Diego. Per quanto
riguarda l'economia, cospicua e risultata sempre l'agricoltura. Ma negli
ultimi decenni, la zona di Canicattì è una delle zone vinicole più
conosciute in Europa. I vigneti hanno portato lavoro e ricchezza, come si
registra dal buon incremento del reddito medio pro-capite e dai numerosi
villini.
Casteltermini
Casteltermini venne fondata il 5 aprile 1629 dal
Principe Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri previo decreto populandi
del vicerè di Spagna, duca di Albunquerq. Quel primo nucleo di case fu
costruito sopra i ruderi di un casale saraceno che si chiamava Chiudia. Il
nuovo borgo ebbe il nome di Castrum Thermorum, ossio castello dei Termini,
da cui Casteltermini. Fu abitato da famiglie di coloni e di fuggiaschi
provenienti dai vicini centri di Campofranco, Butera e Cammarata. Prima
della sua nuova fondazione era stata abitata anche dai romani, come
dimostrano le numerose testimonianze della dominazione romana rinvenute
nei pressi del paese. In località "Modulo" pare sia sorta una
colonia romana mentre la porta alta, zona del centro storico del centro
abitata, presenta ancora ruderi di vecchi casali arabi. Di queste antiche
presenze si conservano ancora tipiche manifestazioni
folkloristiche-religiose nella festa del Tataratà, che si tiene ogni anno
nella quarta domenica di maggio. Passò in seguito ai principi di
Castelvetrano e poi al duca di Monteleone. Casteltermini conserva
soprattutto una schietta impronta seicentesca. Numerosi sono, infatti, gli
edifici sacri e i palazzi signorili che risalgono a quel secolo. La chiesa
più antica e certamente quello di Santa Croce, dove si custodisce una
Croce di legno, molto venerata perchè il suo ritrovamento - secondo la
tradizione - è stato miracoloso, e che i fedeli ricordano durante la già
citata festa del Tataratà. Il Comune di Casteltermini è posto in una
zona collinare alle falde orientali del monte Pizzo Santa Croce (m.762).
Ha un'altezza media di 554 metri sul livello del mare. Giace in una
posizione molto ridente ed è coronato da una selva di monti ricchi di
vigneti.
Castrofilippo
L'origine di Castrofilippo si porta al tempo della
dominazione araba. l saraceni avevano denominato questo piccolo centro
(che allora era poco più di un casale) Al-Minzar. La sua posizione era
molto felice. Dominava l'alta valle del torrente lacono, uno degli
affluenti di destra del fiume Naro, ed era posto nella parte più elevata
di uno sperone, in buona posizione strategica. Cadde ben presto sotto il
dominio della potente famiglia Montaperto. Sappiamo che ancora nel 1408 il
casale, che in quel tempo aveva preso il nome di Libigini, era di proprietà
di Pino Montaperto. Nel 1415, venne, però venduto dal suo proprietario
all'agrigentino Venuto da Brando. Un secolo dopo si trova sotto la
signoria di Antonio di Ponte, che era venuto in possesso di gran parte del
territorio. Quindi fu acquistato dal maestro del regio erario Stefano
Morreale duca di Matina, il quale trasformò il piccolo casale in un
villaggio e lo chiamò Castrum Philippi. Quindi passò sotto il dominio
degli altri signori e precisamente: Visconte Cicala (che ebbe da Filippo
III il titolo di Duca di Castrofilippo), Maurizio, Domenico e Giuseppe
Morreale, Domenico Morreale Valguarnera. Il titolo venne successivamente
ereditato dalla famiglia Bosco dei principi di Belvedere, e dopo, dalle
famiglie Fatta il Destri e Fatta del Bosco. Unica testimonianza storica ed
artistica del piccolo centro di Castrofilippo è la bella Chiesa Madre. Il
Santo patrono del paese è Sant'Antonio abate, che viene festeggiato la
seconda domenica di maggio. Castrofilippo si trova a 470 metri sul livello
del mare. Conta una popolazione di poco più di quatromila abitanti.
L'attività economica principale è l'agricoltura.
Cattolica Eraclea
Filippo III, re di Spagna, il 24 maggio 1610 concesse
al barone di Siculiana don Blasco lsfar et Corillas la licenza di popolare
"baronia di Platani seu Monforti", cioè una di quelle terre che
si estendevano presso la riva sinistra del fiume Platani, che già da
mezzo secolo appartenevano agli Isfar. Ma il vero fondatore della città
di Cattolica fu il primogenito del barone Blasco, il giovane Francisco.
Questi favorì l'insediamento di molte famiglie che provenivano dai centri
più vicini e in particolare da Sant'Angelo Muxaro, Montallegro,
Villafranca, Raffadali, Calamonaci, Burgio, Caltabellotta e anche
Siculiana. Un piccolo centro abitato già esisteva sullo stesso territorio
in cui venne fondata Cattolica. Forse era poco più di un villaggio, che
aveva il nome di Ingastone e che sparisce con la fondazione di Cattolica.
Per la scelta del nome del nuovo paese, gli Isfar fecero un vero e proprio
"consiglio di famiglia", durante il quale prevalse l'idea di
rifarsi all'antico nome del Platani, che era Licus, che significa salato.
Così dall'unione di Cata, che significa presso e Licus sorse la
denominazione Cattolica. Il termine Eraclea è stato aggiunto nel secolo
scorso. Francisco morì molto giovane, ma ebbe il tempo di essere
investito del titolo di duca di Cattolica, nell'anno 1612. Ma con lui si
estinse anche il ramo maschile dell'antica e nobile famiglia degli lsfar,
e venne nominata principessa di Cattolica la sorella Giovanna, che era
andata in sposa al duca di Misilmeri Vincenzo Del Bosco. In questi anni
vide la luce la prima chiesa del paese, quella del Purgatorio, che venne
presto arricchita di opere d'arte e di pregiate tele, tra cui quella del
martirio di Santo Stefano, di Pietro Novelli. La principessa Giovanna fondò
il Convento della Mercede. E nel secolo seguente sorsero altri edifici
sacri. Nel 1700, la signoria di Cattolica passò alla famiglia Bonanno.
Oggi Cattolica è un modesto centro che ha visto molti dei propri
cittadini costretti all'emigrazione a causa delle difficili condizioni
economiche.
Cianciana
Una villa romana, "Villa Cianciana" ha dato
il nome e, praticamente, anche le origini al paese di Cianciana, centro
dell'agrigentino posto su una collina a 390 metri sul livello del mare.
Era, assai probabilmente, una villa appartenuta ad un patrizio romano,
edificata, si pensa, in età imperiale. Da queste antiche origini venne,
dunque, il nome al casaletto medievale di Chincave, Chincana o Chancana.
Ebbe vita sino al secolo XIV, quando venne distrutto per ragioni rimaste
ignote. Il nome di Chincana venne, comunque, dato al feudo sul quale il
casale sorgeva. Per un breve periodo, il nuovo borgo ebbe il nome di
Sant'Antonio. Venne edificato nel 1656 dal barone Diego Joppolo, che aveva
acquistato il feudo. E alla famiglia Joppolo continuò ad appartenere
anche nel 1700. Suoi signori furono Don Diego (1668-1716), Don Antonio
Giuseppe (1666-1716), Ludovico (1716-1733), Pietro (1733-1769). Morto
senza prole Pietro Joppolo, il feudo passò ad Ageslao Bonanno, Duca di
Castellana, figlio di Donna Antonina Joppolo. Infine, il feudo di Joppolo
andò in eredità al principe di Petrulla e Duca D'Angiò Don Ageslao
Gioeni, che fu l'ultimo barone di Cianciana. Il paese si estende nella
valle media del Platani, alle falde meridionali del Monte Calvario. È un
centro agricolo, ma nel suo territorio vi sono giacimenti di zolfo e
salgemma che, però, non sono sfruttati. Ha una popolazione di poco più
di 5.000 abitanti, che si dedica prevalentemente all'agricoltura. Vengono
prodotti soprattutto grano, olio, uva, mandorle, carrubbe, liquirizia. Il
patrimonio zootecnico è modesto, e scarse sono anche le attività
artigianali. A causa delle difficili situazioni economiche, molti
lavoratori hanno deciso di emigrare e le rimesse degli emigrati
costituiscono, per diverse famiglie il cespite principale.
Comitini
Comitini è un piccolo centro abitato a 20 chilometri
da Agrigento. Si erge sulla sottostante altura, il colle
"Cummatino", da cui avrebbe preso il nome. Forse già in epoca
romana esisteva in questo territorio una "statio", usata da
viandanti e truppe militari per il cambio dei cavalli e per rifocillarsi.
Nel 1627, il barone Gaspare Bellacera ottenne da Re Filippo V il
privilegio dello "jus populandi" (licenza di popolare) del feudo
di Comitini e a questo atto si fa risalire la nascita del paese. Si tratta
di un tempio ad un'unica navata. La facciata esterna è ornata da diversi
rosoni e capitelli di buona fattura. All'interno si trova uno splendido
tabernacolo in oro e argento fusi, ed un ostensorio del secolo scorso.
Agli inizi del 1800, nella piccola piazza del paese, venne costruita la
Chiesa dedicata all'Immacolata Concezione. L'interno è stato arricchito
negli anni con bellissimi stucchi, un organo e un pulpito in legno
scolpito. Un notevole sviluppo Comitini ha avuto nella seconda metà del
XIX secolo, quando vennero sfruttati a livello industriale i ricchi
giacimenti di zolfo di cui è ricco il sottosuolo per diversi chilometri.
Ma, a seguito della crisi zolfifera, l'economia del paese si è ristretta
quasi esclusivamente all'agricoltura. Comitini ha conosciuto per diversi
anni la triste piaga dell'emigrazione. E oggi conta poco più di 1.300
abitanti. Da visitare anche la vicina località "La Pietra",
interessante zona archeologica.
Favara
Le origini di Favara risalgono al periodo dei Sicani.
Il suo territorio, infatti, costituiva una stazione di questo antico
popolo come è testimoniato da preziosi rinvenimenti di splendidi vasi del
paleolitico-sicano, conservati nel museo archeologico di Agrigento.
Durante il periodo arabo assunse il nome (da "Fawar", che
significa sorgente d'acqua) e fu assoggettato per un certo tempo dallo
Sceicco Hibin-Havvasci. La storia di Favara si precisa con la costruzione
del Castello chiaramontano realizzato da Federico I Chiaramonte e
dall'agrigentina Marchisia Prefoglio. Attorno al maniero sorsero molto
presto, i primi agglomerati. Giunsero numerosi coloni che diedero sviluppo
all'agricoltura della plaga favarese. Nel 1391, morto Manfredi III,
ereditava i possedimenti del territorio Andrea Chiaramonte, e con questi
si estinse la famiglia Chiaramonte. Il Re Martino confiscò i beni
dell'illustre famiglia e diede l'investitura e il Castello chiaramontano
di Favara al nobile Guglielmo Raimondo Moncada. Il dominio dei Moncada,
ebbe, però poca vita. Il Re Martino punì il Moncada per la sua
ribellione e concesse la baronia di Favara a don Emilio Perapertusa, che
fu anche il primo barone di Favara. Il titolo fu più volte venduto nel
corso del 1400, ma ritornò infine al Perapertusa. Guglielmo Peraperfusa
il 28 gennaio 1494 concesse la baronia in dote alla figlia Lucrezia che
andò in sposa a Giosuè De Marinis, barone di Muxaro. I De Marinis
conservarono il titolo solo per 70 anni, sebbene con qualche breve
interruzione, poi lo cedettero a Ettore Pignatelli, duca di Monteleone.
Gli Aragonesi Pignatelli Cortes furono gli ultimi signori di Favara, ma
conservarono a lungo il potere (sino al 1812). Nel 1829 vendettero a
Stefano Cafisi il Castello che rimase in possesso di questa famiglia sino
a quando è stato venduto alla Regione Siciliana. Il Castello rimane la
testimonianza storica ed artistica più preziosa che ancora si trovi nel
paese. Purtroppo il maniero ha subito gravi danni, alcuni assolutamente
irreparabili. Assai ammirata rimane la cappella. Si contano a Favara molte
Chiese di pregevole valore artistico. Nei locali della biblioteca comunale
è annesso un museo di scienze naturali. Favara dista 12 chilometri da
Agrigento ed è posta ad un'altitudine di 345 metri sul livello del mare.
Fino a qualche decennio fà la popolazione si dedicava soprattutto
all'agricoltura ed alla attività zolfifera. Negli ultimi anni grande
impulso hanno avuto l'edilizia e l'artigianato. La maggior parte del
reddito rimane, tuttavia, costituita dall'agricoltura e dalle rimesse
degli emigrati.
Grotte
Le origini del Comune di Grotte sono piuttosto incerte.
Da notizie storiche piuttosto frammentarie presenti in diverse
pubblicazioni, e soprattutto dagli scritti di Polibio, pare che l'attuale
nome derivi dallo voce punica "Erbessus" nel quale idioma essa
sta a significare "Mons Foveae", ossia "Criptae" cioè
monte incavato. Di Erbesso si servirono i Romani durante l'assedio della
città di Agrigento (262 a C) come luogo di deposito di viveri e di
materiale bellico. Anche lo storico Fazello sostiene che si trattava di un
villaggio distrutto dai Romani nella prima guerra punica. Sappiamo invece,
con più certezza, che Grotte fu terra feudale già sotto gli Aragonesi.
Alterne vicende assegnarono questo territorio a diversi baroni tra cui i
Ventimiglia, i Montaperto, e la famiglia Grua Talamanca dei Principi di
Carini. E' noto che Don Vincenzo La Grua Talamanca nel secolo scorso
vendette ed assegnò le proprie terre ai vari creditori. Tra il 1873 e il
1876, Grotte fu al centro dell'attenzione nazionale perchè un sacerdote,
don Luigi Siarratta, diede luogo ad uno scisma, costituendo una vera e
propria chiesa separata. Il sacerdote falli nel suo intento, venne
scomunicato ed abbandonato dai seguaci. Si conservano ancora alcune chiese
del settecento la Matrice, la Chiesa del Carmelo e la Chiesa del
Purgatorio. Quest'ultima, in particolare, è quasi integra. Da ammirare
anche la torre ottagonale di stile arabeggiante e il caratteristico
Calvario con le stazioni della via Crucis illustrate da sedici diversi
pittori. Il Comune è situato in collina, a 546 metri sul livello del
mare. Conta oltre 7500 abitanti. E' un importante centro minerario.
L'attività artigianale è dedita alla manifattura di articoli di lana.
Joppolo Giancaxio
Ioppolo Giancaxio conta, oggi, poco più di 1.500
abitanti, fra cui molti anziani e donne. La principale risorsa della città
da sempre è stata l'agricoltura. Vi si producono soprattutto frumento e
fave. Negli ultimi decenni ha avuto un discreto sviluppo la coltura dei
melloni. Scarse le altre attività. Il reddito principale proviene dalle
rimesse degli emigrati. Il paese ebbe origine nel periodo della
dominazione araba, Iancaxi era il nome del possessore musulmano del feudo.
Nel 14O6 assunse l'attuale denominazione Ioppolo deriva dal cognome di
Rosalia, figlio di Giovanni Antonio Ioppolo, e moglie di Gabriele Colonna
Romano, marchese di Fumenedisi, che fece edificare sul territorio di
Giancaxio 87 case nel 1696, e chiamò il nuovo agglomerato urbano
"Ioppolo" in ricordo della consorte. Tra i monumenti più
antichi ancora presenti segnaliamo il Castello dei Colonna, un tempo
rinomato ma ormai in uno stato di abbandono e assai precario. Si possono
ammirare alcune belle tele e statue, soprattutto quella della Madonna del
Carmine e di San Francesco. Il paese sorge a 450 metri sul livello del
mare e si estende su una superficie di 20 chilometri quadrati. Il suo
territorio è attraversato dal fiume Akragas o Drago. Molto sentite sono
le feste dedicate a San Giuseppe e alla Madonna del Carmine e soprattutto
la pastorale del 6 gennaio. Da alcuni anni è stata aperta una biblioteca,
un campo sportivo e un edificio scolastico per gli studenti delle
elementari e delle medie. Mancando di molti servizi tecnico amministrativi
il paese dipende molto da Agrigento, da cui dista pochi chilometri.
Lampedusa
L'isola di Lampedusa viene menzionata da strabone e da
Plinio il naturalista, e sembra che già in epoca romana fosse popolata.
Per avere qualcosa di più preciso sotto il profilo storico occorre, però,
riferirsi all'anno 1760, quando sappiamo per certo che vi andò a
soggiornare un eremita di origine francese che vi morì. Successivamente
ebbero l'autorizzazione a risiedervi un sacerdote e sette altri europei, i
quali trovarono l'isola molto adatta per la navigazione verso l'Africa e
quindi per i commerci con quel Continente. Da allora la colonia si allargò
e vennero avviate anche le prime attività agricole e zootecniche, oltre
naturalmente a quelle ittiche. Anche altri mercanti maltesi e Cavalieri
dell'ordine gerosolimitano si aggiunsero, insieme a diversi altri che
scoprivano i molteplici vantaggi del luogo. Lampedusa andò così
popolandosi ed anche fortificandosi. Man mano che i traffici nel
Mediterraneo crescevano, infatti, crescevano anche i pericoli, insieme ai
vantaggi. Vi facevano rotta mercanti ed appestati, gentiluomini e pirati.
Nel 1827 si contavano nell'isola solo 26 abitanti. Nel 1841 venne venduta
dagli eredi dei principi Tomasi di Lampedusa (che da sempre dicevano di
essere i legittimi proprietari) al governo borbonico, che iniziò la
colonizzazione di Lampedusa. L'isola fu retta da un governatore. I primi
abitanti di questa nuova fase di popolamento, per alcuni anni abitarono le
caverne esistenti o ne aprirono delle nuove. Solo successivamente vennero
costruite le prime case. Ma la prima costruzione portata a termine fu una
Caserma. Ben presto vennero attivate una salina e opere per l'incremento
dello pesca. Durante il periodo borbonico sorsero importanti servizi
pubblici, civili e militari e persino una Casa di Compagnia. Quindi
l'amministrazione passò ai Savoia che vi mandò un gran numero di coatti,
tanto che ben presto si pose il problema del loro insediamento. Nel 1875
Lampedusa divenne Comune autonomo. Oggi è uno dei luoghi più incantevoli
del Mediterraneo, le sue coste e il suo mare sono ancora incontaminate e
durante i mesi estivi, è un rinomato centro turistico.
Licata
Licata è posta tra la riva destra del Salso ed il
colle detto Sant'Angelo, su cui sorge il Castello omonimo. Alle falde di
questo monte, detto comunemente «Montagna», nel 310 a.C. Agatocle venne
battuto dal Cartaginesi e, nell'antistante specchio di mare, nel 256 a.C,
si svolse la decisiva battaglia navale in cui Attilio Regolo sconfisse la
flotta cartaginese e pose le condizioni dello sbarco romano sulle coste
del Nord-Africa. E sempre qui, nel 249 a.C., i Cartaginesi si presero la
rivincita, distruggendo la flotta romana di Giulio Pullo. Gli storici
ritengono che Licata sia sorta sulle rovine di una città assai antica e
disputano ancora se sia stata eretta sulle rovine di Gela o di Finzia. La
moderna città di Licata discenderebbe invece da Alicua o Aluca. Questa
città cadde sotto il dominio arabo e in questo periodo decadde. Venne
liberata dal conte normanno Ruggero d' Altavilla ed ebbe, per diversi
secoli, notevole prosperità. Fu eletta, da re Martino, "città
demoniale" e potè godere di molti privilegi. Nel 1542, però, un
violento terremoto fece crollare le sue mura e fu quindi, più vulnerabile
ai saccheggi. Nel 1616, il capitano spagnolo Hernando de Peligno fece
edificare un nuovo castello sul monte Sant'Angelo e, nello stesso periodo,
Licata passò dal demanio alla proprietà privata e dalla proprietà
privata al demanio, per diverse volte. La città di Licata occupò anche
un posto nel Parlamento siciliano e, nel 1803, ricacciò per l'ultima
volta i Turchi che, a più riprese, nei secoli passati avevano minacciato
la città. Il lO luglio 1943, in località Torre di Gaffe, presso Licata,
sbarcarono le truppe alleate che, cosi, iniziarono l'avanzata verso
l'interno della Sicilia. Licata vanta molti eleganti edifici sacri e di
edilizia civile e, nel suo territorio, necropoli preistoriche e
fortificazioni di epoca protostorica. Oggi conta circa 43.000 abitanti. La
popolazione è dedita soprattutto all'agricoltura, alla pesca ed
all'artigianato.
Lucca Sicula
Francesca Perollo, moglie di Francesco Lucchesi Palli,
Principe a Campofranco, fondò sul proprio feudo, denominato Culla, nel
val di Mazara, alla destra del fiume Alba (volgarmente chiamato Majsale)
un borgo al quale diede il nome Lucca, in onore della città natale del
consorte. Ciò avveniva nel 1620. La nobile famiglia Palli diceva di avere
le proprie origini da Adinolfo, figlio di una sorella del re Longobardo
Desiderio. Questa famiglia ebbe il governo della Repubblica di Lucca, in
Toscana. I Palli erano dei granduchi e, per privilegio del re Carlo D'Angiò,
poterono appellarsi Lucchesi Palli, già nel l269. A Sciacca si era
rifugiato Andrea Lucchesi Palli, quando dovette fuggire da Lucca e
pervenne in Sicilia al tempo del conte Ruggero. Francesco Palli ottenne il
titolo di Marchese di Lucca (di Sicilia) grazie ad un privilegio
accordatogli dal re Filippo IV di Spagna. Morto questi senza figli, la
moglie di Francesco dovette cedere ad altri il titolo e i privilegi
connessi. Così, nel 1760, era divenuto signore del paese Geronimo
Filangieri, inaugurando un dominio che questa famiglia ha tenuto sino al
1839, quando fu investito della giurisdizione Alessandro Filangieri, che
fu, pertanto, l'ultimo marchese che Lucca conobbe. Dopo l'unità d'Italia,
e precisamente nel 1863, assunse l'attuale nome di Lucca Sicula. Il Comune
di Lucca conserva, nel complesso, l'impianto urbanistico seicentesco a
scacchiera, caratterizzato da assi ortogonali. Da visitare soprattutto la
Chiesa madre, risalente al XVII secolo, ad una navata, con un altare
maggiore in stile neoclassico. Lucca Sicula è posta su una collina a 513
metri sul livello del mare. Conta quasi tremila abitanti. L'agricoltura
costituisce l'unica fonte di reddito. Ma fiorente anche l'artigianato.
Menfi
L'origine di Menfi, secondo diversi storici, ed in
particolare il De Spuches, va ricondotta al periodo arabo.In territorio di
Menfi, i Musulmani realizzarono uno dei castelli meglio fortificati,
quello di Burgimillusio, che più tardi (1283) prese il nome di Burgio
Millusio. Verso la fine del secolo XIII, il territorio di Menfi venne
acquisito dal barone Coroldo Rodolfo Manuele, che fu investito dal re
Giacomo I d'Aragona. La famiglia Manuele mantenne il titolo e il possesso
per ben tre secoli. Nel 1549, il piccolo borgo di Menfi, ancora
scarsamente popolato, passò alla famiglia Tagliavia e poco più tardi la
baronia Burgio Millusio divenne contea e assunse il nome di Borgetto. Il
primo a ricevere la nuova investitura fu Don Diego Tagliavia Aragona. Con
questo nuovo signore, la vita del borgo ebbe notevole impulso. Venne
costruita la cosa baronale (che ancora oggi è possibile ammirare), vide
la luce la prima chiesa (Madonna delle Grazie) e vennero ampliate piazze e
vie. A seguito di queste e altre trasformazioni del piccolo centro, venne
deciso di tornare all'antico nome del luogo, quello cioè che esso aveva
al tempo della prima dominazione araba, e cioè Menfrici. Ultima contessa
di Menfrici della famiglia Tagliavia fu Donna Giovanna. Estinto questo
ramo, la contea passò al suo erede Don Diego Pignatelli Fardella, che
ebbe il titolo di barone del Belice. Fu questi l'ultimo signore del paese.
Il disastroso terremoto del 1968 ha distrutto parte del paese e, ancora
oggi, molte famiglie vivono nelle baracche. Oggi Menfi conta circa 13.000
abitanti. La popolazione attiva è dedita a piccole attività industriali,
ma principalmente a quella agricola ed all'allevamento del bestiame. Da
segnalare la presenza di alcune cantine sociali.
Montallegro
Montallegro, in origine, era un piccolo borgo
denominato Angiò e sorgeva su un'altura, ossia sul luogo in cui è ancora
possibile osservare la presenza delle rovine del vecchio abitato. Grazie a
questa sua posizione strategica, di buon valore difensivo, poteva
resistere molto bene alle incursioni barbaresche che, almeno fino al
secolo XVII, furono assai frequenti su questo territorio. L'antico borgo
venne abbandonato nella seconda metà del Seicento. Le rovine possono
essere visitate ancora oggi. Vi si accede mediante una lunga e ripida
scala incavata nella roccia. Nel 1610, Montallegro era uno dei tanti feudi
di Nicolò Montaperto. Successivamente, la baronia venne acquistata dal
principe Castiglione. Il barone Nicolò Montaperto dovette cederla perche
si era troppo indebitato. Pochi decenni dopo, il feudo venne acquisito
dalla famiglia dei Principi della Petrulla che, sul feudo, costruirono il
nuovo largo (1663), avendo ottenuto la licenza populandi da Filippo III,
che diede ad un discendente della famiglia Gioeni il privilegio di
fregiarsi del Titolo di Duca d'Angiò. Sino allo scorso secolo, questa
famiglia ha avuto il dominio sul paese e del territorio. Montallegro dista
30 chilometri da Agrigento, ha una popolazione di 3500 abitanti. Sempre
molto numerosi sono stati gli emigrati. L'economia, infatti, è stata
sempre molto modesta. Ancora oggi l'agricoltura, che è l'attività più
rilevante, consente pochi guadagni. Anche l'attività mineraria, che
sembrava un tempo promettente, è stata abbandonata. L'artigianato è
presente soprattutto con aziende di infissi ed arredamento.
Montevago
L'antica Montevago sorgeva su un territorio dove gli
Arabi avevano edificato un casale, cui avevano dato il nome di
Mazil-Sindi. Il luogo è ricordato dal geografo Edrisi perche vi si
trovava anche un castello. Il feudo prese, poi, il nome di Misilindino e,
con questa denominazione, era conosciuto nel 1392, quando il re Martino lo
concesse ad Antonio Moncada Montecateno, Conte di Adernò. Questi commise
però, l'errore di ribellarsi al sovrano e i beni gli vennero
immediatamente confiscati e ceduti al maggiordomo del sovrano catalano
Michele de Lubu. Da allora, si avvicendarono molti signori fino a quando,
nel 1636, il territorio venne acquistato da Donna Girolama Scirotta
Platamone, marchesa di Sant'Elisabetta, moglie di don Francesco Scirotta,
giudice della Magna Curia Regia di Palermo. Il re Filippo IV diede il
permesso di popolare i feudi di Donna Girolama, e così venne fondato il
paese di Montevago, il 10 ottobre 1641. Un anno dopo, il figlio di donna
Girolama, don Rutilio Scirotta, veniva insignito del titolo di Principe di
Montevago. Ereditò, successivamente, il Principato, Girolamo Gravina,
figlio di Cirola Scirotta e Giovanni Gravina. Sotto questa famiglia,
Montevago ebbe un notevole impulso, e il paese, venne edificato secondo
uno schema ortogonale che diede una vera fisionomia cittadina all'abitato.
Si avviarono anche i lavori per la costruzione del Duomo, che verrà
portato a termine, solo nel 1830, dal Cardinale Pietro Gravina. Montevago
venne abbellita da altri importanti monumenti che sono andati distrutti
dal terremoto del gennaio 1968. Ancora oggi, parte della popolazione vive
dentro baracche. Il territorio in cui sorge il paese e pianeggiante, ed è
prospiciente sulla valle del medio Belice. Il centro abitato è a 366
metri sul mare e dista 20 chilometri dal mare e 105 chilometri da
Agrigento. Conta oggi una popolazione di poco più di 3.500.abitanti.
Assai sviluppata e l'agrumicoltura, tuttavia l'attività agricola non
consente sempre buoni guadagni, costringendo molti all'emigrazione.
Naro
Naro è a circa 35 km da Agrigento ed è situata a 593
metri di altitudine. Nel suo territorio sono state rinvenute, in tempi
recenti, testimonianze archeologiche che attestano l'esistenza di
insediamenti umani di epoca preistorica. Qui si stabilirono, durante il
periodo della grande immigrazione, anche numerosi greci, venuti a
colonizzare la Sicilia. Successivamente i cartaginesi, dopo aver
esercitato in questa zona una forte influenza commerciale, all'inizio del
IV secolo vi instaurarono un dominio territoriale, che mantennero sino
alla prima guerra punica. Da allora ha inizio il predominio romano (216
a.C.). Alcune grotte cimiteriali presso Naro ci segnalano la presenza di
una comunità cristiana nel periodo paleocristiano. Nel medioevo, Naro si
presenta piccola e chiusa da una cinta di solide mura merlate, costruita
nel XIII secolo. Il monumento medievale di maggiore rilievo e il Castello
dei Chiaramonte, uno dei più importanti e meglio conservati in Sicilia.
Ricordiamo inoltre il Duomo, un capolavoro d'arte andato però, nel tempo,
in rovina. Di esso rimangono, oggi, solo i muri perimetrali, ma nonostante
ciò, conserva il suo fascino. A Matteo Chiaramonte si deve la costruzione
di un altro bel tempio cristiano di Naro, la Chiesa di Santa Caterina, più
volte restaurata, ma uno dei monumenti più insigni della Sicilia. La città
ha altre importanti testimonianze medievali da conoscere, tra cui
l'Oratorio di Santa Barbara, la Chiesa del Santissimo Salvatore.
Nell'epoca moderna si è arricchita di altre opere d'arte e, in
particolare di conventi, edificati da numerosi ordini religiosi e da
confraternite. Questo fermento portò in città molti importanti artisti,
tra cui ricordiamo gli scultori siciliani Antonello e Giacomo Gagini, che
lasciarono belle e preziose opere. A Naro è molto sentito il culto di San
Calogero, al quale è stato dedicato un santuario, tra i più antichi e
visitati. La città moderna conta circa 15.000 abitanti. Nel suo
territorio si trovano soprattutto colture di agrumi, olive, mandorle,
cereali. Si produce molto vino ed olio. Discreto il patrimonio zootecnico.
Negli ultimi decenni un discreto successo ha avuto l'attività turistica.
Palma di Montechiaro
Palma di Montechiaro è città ricca di storia. Sorge
su un territorio che fu abitato già nel periodo neolitico come testimonia
l'interessante materiale archeologico che, anche di recente è stato
portato alla luce da campagne di scavi di notevole successo. I reperti
rinvenuti si trovano oggi soprattutto nei musei archeologici di Agrigento
e Siracusa. E' certo anche l'insediamento di una colonia di Rodio Cretesi.
Anche in epoca medievale, la storia di Palma di Montechiaro non manca di
interesse. Di questo periodo la testimonianza più importante è
costituita dal castello del XIV secolo, opera della potente famiglia
Chiaramonte, che a Palma di Montechiaro costruì la propria baronia. Il
castello alla fine del Trecento, venne confiscato ai Chiaramonte e
concesso a Raimondo Moncada Montecateno, Conte d'Augusta. Sotto questo
nuovo signore il Castello e il feudo vennero chiamati Montechiaro. Durante
i secoli XV e XVI la baronia venne acquisita da diversi nobili famiglie
finchè pervenne a Mario Tomasi il cui figlio, Carlo, nel 1637 edificò un
borgo a cui venne dato il nome di Palma di Montechiaro (dal vicino fiume
Palma e dal Castello Montechiaro). I Tomasi divennero duchi e furono, per
ben due secoli, signori del paese. Nella cappella del Castello si trova
una Madonnina molto venerata ed attribuita ad Antonello Gagini. La maggior
parte delle opere che Palma di Montechiaro conserva ancora oggi sono del
Seicento. Lungo la spiaggia, ai piedi dei colli di Facciomare, sorge il
seicentesco fortilizio della Torre di San Carlo. Anche la Matrice è stata
costruita nel Seicento ed è adorna di belle tele del Provenzani. Da
visitare inoltre il palazzo baronale e il Palazzo Ottaviano (oggi Miccichè).
Di grande interesse, infine, la Chiesa del Monastero delle Benedettine che
presenta un soffitto a cassettoni a legno decorato e accoglie il sarcofago
della venerabile suor Maria Crocifissa della Concezione, al secolo
Isabella Domenica Tomasi Traina, figlia di Giulio Tomasi, il "duca
santo". Assai modesta è l'economia di Palma di Montechiaro e
pertanto il flusso migratorio è stato sempre consistente. Ha una
popolazione di oltre 23 mila abitanti. Dista da Agrigento 25 chilometri.
Porto Empedocle - Vigata -
Porto Empedocle nacque, come approdo marittimo di
Agrigento durante la dominazione greco e romana. Il porto dell'antica Città
era collocato alla foce del fiume Akragas, presso San Leone.
Successivamente alla decadenza di questo Emporium, avvenuta probobilmente
dopo l'invasione araba, venne utilizzata per le imbarcazioni la spiaggia
dove oggi sorge Porto Empedocle. Il collegamento tra la città e il nuovo
porto era garantito da una trazzera che partiva dal quartiere Rabato, ad
Agrigento, e finiva alla marina. Gli Arabi se ne servirono non solo per i
loro commerci, ma anche per le loro attività militari. Durante tale
periodo, lo scalo ebbe un notevole incremento. Le attività commerciali
avvenivano soprattutto con l'Africa. I prodotti più esportati erano
grano, cereali vari, vino e soprattutto sale. Venivano importati pelli,
tessuti, tappeti, generi di abbigliamento. Dopo la conquista dei Normanni,
questi scambi con il Nord Africa vennero meno e fu privilegiato il
commercio con i porti italiani, specie con Genova, Pisa, Amalfi. Anche
durante il periodo svevo, il porto mantenne il suo prestigio ed ottenne
diversi privilegi, grazie anche ad un assetto amministrativo più
razionale. Nascevano però, intanto, poco distante nuovi porti con cui il
nostro entrava in competizione. Una certa parte della produzione agricola
dell'interno venne dirottata verso Gela e Licata. Il dominio spagnolo in
Sicilia, durato quattro secoli e mezzo, non influì positivamente. Trapani
e Mazara, più vicine alla Spagna, vennero fovorite, insieme alla
Sardegna. Mentre si intensificavano nel Mediterraneo nuovi traffici, il
nostro porto rimase legato esclusivamente all'esportazione di frumento e
cereali. Nonostante ciò, nel secolo XIV raggiunse il massimo del suo
splendore. Ma durò poco. Già nel XV secolo, col sorgere dei caricatori
di Siculiana e Palma Montechiaro, il molo agrigentino subì una grave
crisi, che si aggravò nel XVI secolo, quando diverse epidemie si
abbatterono sull'agrigentino e la flotta turca infestava tutta la costa
meridionale sicula. Per questo Carlo V ristrutturò l'antica torre
costruita a difesa del caricatore di Agrigento. Nel 1725 l'imperatore
austriaco Carlo VI ordinò nuovi lavori per la ristrutturazione del molo,
che versava in pessime condizioni, e diede nuove disposizioni sul suo
funzionomento per avviarne la ripresa. Agli Austriaci subentrarono i
Borboni di Sicilia che decisero la costruzione di un vero porto alla
marina di Girgenti, con strutture in muratura, là dove prima era stata
sempre in legno. Si realizzò un molo della lunghezza di 400 metri. Nei
1853, Ferdinando II decretava l'erezione a Comune autonomo della borgata e
gli dava il nome di Molo di Girgenti. Dieci anni dopo, il 4 gennaio 1863,
Vittorio Emanuele II, Re d'Italia, autorizzava il Comune del Molo di
Girgenti ad assumere la denominazione di Porto Empedocle.
Racalmuto
Furono gli Arabi a dare a Racalmuto questo nome. Rahal
Maut può essere tradotto "Villaggio diroccato", perchè sorgeva
sopra le rovine di un altro antico paese, forse di origine sicula o
colonia agrigentina. Gli Arabi si stabilirono qui con piccoli nuclei di
coloni, dediti all'agricoltura. Sorgeva, infatti, su una vallata fertile e
irrigata da acqua abbondante. Probabilmente il piccolo villaggio era
difeso da un Castello. Il geografo Edrisi ne situa, infatti, proprio uno
dove sorgeva Racalmuto. Nel 1038, il Castello fu espugnato dai Bizantini
e, nel 1087, dai Normanni, che rasero al suolo il villaggio. Il conte
francese Roberto Malcovenant, che seguiva i Normanni in Sicilia, venne
nominato barone di Racalmuto. Successivamente, la terra di Racalmuto venne
concessa alla famiglia Barrese che eresse, nel 1229, l'importante fortezza
del "Castelluccio", per meglio difendere il paese. Dopo la
guerra del Vespro, gli Aragonesi spogliarono i Barresi dei loro domini che
vennero concessi, qualche anno dopo, alla famiglia Chiaramonte. A seguito
del matrimonio di Costanza Chiaramonte con il marchese Antonio Del
Carretto, nel 13O7 Racalmuto passò a questa famiglia. Ma l'antico paese
non esisteva più, e il luogo dove prima sorgeva ero stato chiamato Casal
Vecchio. Una grave pestilenza, nel 1355, decimò la popolazione, ma la
città risorse, nel 1400, grazie ai provvedimenti di Matteo Del Carretto.
Il Castello venne restaurato e tornò ad essere abitato Nel 1503, un
avvenimento religioso scosse la vita del paese: la venuta della Madonna
del Monte. Una tradizione mariana che rimarrà nel cuore dei fedeli. Sino
al 1576, Racalmuto fu dominio baronale, ma, dall'anno successivo, divenne
Contea e alla fine del XVI secolo, contava oltre 4.000 abitanti. Si
arricchisce di conventi, monasteri, chiese, collegi, ed ha anche un
ospedale. Il maggior tempio viene dedicato all'Annunziata. Nel 1600,
fiorisce l'opera dell'artista racalmutese Pietro D'Asaro (il monocolo
racalmutese). Nel 1700, la decadenza di Racalmuto fu molto evidente e
dovuto a soprusi e tasse esose. Passò alla nobile famiglia Gaetani
(1739), e un secolo dopo, a quella dei Requienses. Nel secolo scorso
divenne un importante centro minerario ed ebbe un certo incremento anche
l'industria del sale. Oggi è cresciuta l'attività agricola e decaduta
quella mineraria. Ha dato i natali allo scrittore Leonardo Sciascia.
Raffadali
Anche se è stata fondata nel periodo arabo, la città
di Raffadali sorge su un territorio che presenta testimonianze
preistoriche di estremo interesse, che attestano la presenza di una
comunità all'inizio dell'età neolitica (4.000 a.C.). Per molto tempo,
vari studiosi hanno ritenuto che in questo territorio sia sorta anche
Erbesso, mitico granaio dei romani. Il territorio raffadalese venne
occupato dai saraceni tra l'839 e l'841 e conobbe, durante il lungo
periodo della loro dominazione, una grande floridezza economica e
commerciale. Gli arabi denominarono il casale da loro fondato
"Rahalafdal". Dopo due secoli e mezzo di dominazioni musulmane,
Raffadali passò sotto il controllo dei nuovi conquistatori normanni. Il 7
ottobre 1095 avviene la concessione feudale di Raffadali a Giorlando
Montaperto. Nel 1245, regnante Federico II di Svevia, furono espulsi gli
ultimi saraceni, e i cristiani che rimasero fondarono l'odierna cittadina
nella contrada Rahalfadali e sul luogo stesso dove, tre secoli prima, era
sorto l'antico casale arabo. Il nome si modificò, in questo periodo, in
quello di Raffadali. Per secoli il feudo è rimasto legato al nome della
potente famiglia dei Montaperto. Sarà Pietro Montaperto ad ottenere da Re
Ferdinando, il 27 marzo 1507, lo "jus populandi", vale a dire la
licenza di popolare il territorio. In tal modo viene dato impulso
all'attività costruttiva e il paese si espande. Nel 1650 per concessione
regia, divenne un principato. In quell'anno, infatti, Nicolò Giuseppe
Montaperto venne insignito del titolo da Filippo IV. Nel secolo XVI
vengono costruiti la Chiesa Madre, il Castello dei Montaperto, la Chiesa
di Sant'Antonino Abate e, nel XVIII secolo, la Chiesa di San Giuseppe.
Ultimo signore di Raffadali fu Salvatore Montaperto Valguarnera. Il paese
si trova a 410 metri sul livello del mare, conta quasi 13.000 abitanti.
All'agricoltura e dedita la maggior parte della popolazione. Vi è,
inoltre, un discreto patrimonio zootecnico.
Ravanusa
Le origini del Comune di Ravanusa risalgono ad una
delle imprese militari di Salvatore Palmeri, cugino del sovrano normanno
Ruggero. Palmeri assediò e distrusse la fortezza araba, presieduta
dall'emiro Mulciabile Mulè, dalle cui ceneri sorse Ravanusa. Lo scontro
tra l'emiro e il condottiero Palmeri fu epico, ed è rimasto nella storia.
Gli Arabi erano in ritirata dopo la sconfitta a Naro e vennero assaliti da
Palmeri e dai suoi ottanta cavalieri. I saraceni opposero notevole
resistenza dentro le mura della fortezza. Ma Mulciabile Mulè venne
accusato di viltà perchè rimaneva a combattere dentro le mura. Allora
l'emiro uscì per sfidare ad armi pari e in duello il Palmeri. Il normanno
ebbe la meglio e presentò la testa dell'emiro, dopo averla recisa, al
Conte Ruggero, che donò al Palmeri la propria spada e gli concesse in
perpetuo dominio "Castra el fortilitia quae habebal dictus
Mulciabilis Mulè" . Diversi secoli dopo, la baronia venne acquisita
dalla famiglia Bonanno, e Giacomo Bonanno, nel 1616, ottenne la licenza di
popolare il feudo e, pertanto, fondò il borgo di Ravanusa. Tale nome è
legato ad una leggenda. Si racconta che il paladino Orlando era venuto in
Sicilia a liberare una giovane caduta nelle mani di un temibile Sultano.
Durante le ricerche si trovò senza acqua e molto assetato. Non trovando
alcuna fonte, rivolse una preghiera a Dio e miracolosamente sgorgò una
copiosa fonte d'acqua limpidissima. Il paladino battezzò quella zona con
il nome di Rivinuta, acqua rinvenuta. Il paese non presenta nulla di
particolarmente rilevante dal punto di vista artistico. Nelle sue
vicinanze sorgono i resti di un tempio greco, forse avanzi di una antica
città siculo-greca, Kakiron. Ravanusa sorge a 320 metri sul livello del
mare alle falde meridionali del monte Gibbesi. Dista 55 chilomelri da
Agrigento. Ha una popolazione di circa 16 mila abitanti. Vi sono diverse
aziende agricole ed artigianali e un discreto patrimonio zootecnico.
Realmonte
Realmonte (dal latino Mons Realis) deve il suo nome al
nobile Giovanni Monreale che, nel 1650, acquistò dal barone di Siculiana,
don Giovanni Platamone, il feudo di Mendola ed ottenne, nel 1680, la
licenza di popolarlo. Presto arrivarono coloni dai feudi vicini e la
piccola comunità cittadina eresse la sua prima chiesa nella pianura di
Carricacina, dedicandola a Sant'Antonio. Negli stessi anni vennero
edificati il Castello e la Corte del Signore del luogo. Ad un secolo dalla
sua fondazione, Realmonte contava già oltre 1500 abitanti. Il paese si
sviluppò soprattutto verso settentrione. Il luogo era fertile e
pianeggiante e la popolazione viveva soprattutto di agricoltura. Nella
seconda metà del secolo scorso venne inaugurata la Chiesa Madre, sorta in
onore di San Domenico, che è oggi il patrono di Realmonte. Negli ultimi
anni, presso la città, è stata aperta una miniera che produce, oltre
salgemma, anche sali polassici e carinite. Ma è fiorita soprattutto una
intensa attività commerciale, legata al turismo, assai intenso durante
l'estate, poichè il litorale è tra i più belli e suggestivi della
Sicilia occidentale. Nell'ultimo decennio, nella vicina Capo Russello sono
stati organizzati, da diversi comitati scientifici, scavi archeologici che
hanno conosciuto notevole successo. Molti i ritrovamenti di reperti
(soprattutto arnesi da lavoro e di caccia) preistorici. È stata, infine,
portata alla luce, da un'èquipe di archeologi giapponesi, una parte della
Villa Romana che sorge in località "Punta Grande". Da visitare
il suggestivo promontorio di marna dove sorge la "Scala dei
Turchi", uno dei luoghi più ammirati della costa sud-occidentale.
Ribera
Ribera si estende su un territorio dove sorgeva un più
antico centro abitato, denominato "Allava", che, però, era già
scomparso quando venne costruito il modesto borgo feudale che diede
origine al paese. L'idea di edificare il borgo, pur senza una
"licenza populandi", venne, nel 1628, al nobile Luigi Guglielmo
Moncada Aragona La Cerda, Duca D'Alcalà. Questi diede alle poche e
modeste case del borgo il nome della consorte, Maria Alfan De Ribera,
figlia del Vicerè Duca D'Alcalà. Si trovava in un territorio assai
fertile, compreso tra i fiumi Verdura e Platani. Ciò favorì
l'insediamento di famiglie di agricoltori in cerca di buona terra da
lavorare. Nel 1673, al primo signore successe Ferdinando D'Aragona
Moncada, che ottenne diversi titoli nobiliari, tra i quali quelli di
Principe di Paternò, di Montalto e di Bivona. Dal matrimonio con Maria
Teresa Faxardo Toledo e Portugal, dei Marchesi di Los Velas, il principe
ebbe una figlia, Caterina, che sposò Giuseppe Toledo di Ferrandina e
Marchese di Villafranca al quale il feudo di Ribera andò in dote. Nel
1736 lo ereditò il loro primogenito, Federico di Toledo Aragona Moncada,
che lo mantenne sino al 1754, quando venne trasmesso all'unico erede
universale della nobile casata, Antonio Alvarez de Toledo Duca di
Ferrandina e di Bivona. Nel 1812, con l'abolizione del feudalesimo, tutti
i diritti sul feudo e la baronia di Ribera vennero meno, e il patrimonio
venne diviso tra diversi eredi. Di interesse artistico Ribera non presenta
molto, se si eccettua il Castello dei Conti Luna e la Chiesa Madre a tre
navale del Seicento. La ricchezza principale del paese e, da sempre,
l'agricoltura. La produzione è molto varia ed abbondante. Oggi, Ribera è
uno dei centri economici più importanti della provincia di Agrigento. Non
manca l'allevamento e qualche attività industriale.
Sambuca di Sicilia
Gli Arabi la chiamarono Zabuth e la costruirono alle
pendici del Monte Genuardo, tra il fiume Belice e il Sosio, a 350 metri
sul livello del mare. Mantenne l'antico nome anche quando Guglielmo. Il
concesse il caso ai monaci di San Martino delle Scale. Ancora nel 1185,
infatti, viene indicato con la denominazione di Rahal-Zabuth. Qualche
secolo dopo, la giurisdizione passò alla famiglia romana Barberini e
successivamente quella dei Beccadelli di Bologna dei Principi di
Camporeale. Il terremoto del 1968 ha irrimediabilmente danneggiato
l'antico abitato, che ha rappresentato l'esempio migliore, in Sicilia, di
struttura urbana tipicamente araba. Ma, dopo il terremoto, i Sambucedi non
hanno più abitato nelle modeste case e nelle vie brevi e tortuose del
vecchio centro. Sono stati costretti, infatti, a emigrare ed ad accamparsi
momentaneamente in tende e baraccopoli. Nel 1923 il paese ha assunto il
nome di Sambuca di Sicilia. Tra i suoi monumenti merita attenzione la
Matrice di origine medievale, più volte riedificata ed in particolare
nell'anno 1642. Esiste ancora qualche opera del pittore Frà Felice da
Sambuca. Un suo affresco, ad esempio, si trova nella chiesa di Santa
Caterina. Per quanto concerne l'edilizia civile, si ricordano i palazzi
Panitteri e Beccadelli. Dopo il terremoto, l'economia del paese è
notevolmente decaduta. Le attività principali sono costituite
dall'agricoltura e dalla zootecnia. Buona è la produzione soprattutto
vino e di olio. Sviluppato e rinomato è l'artigianato della creta, con
aziende che realizzano vasi per l'olio, recipienti per l'acqua, tegole.
Sant'Angelo Muxaro
Sant'Angelo Muxaro e l'antica Mu-Assar, borgo
fortificato di origine araba e in cui sorgeva anche un castello. Dopo la
dominazione araba appartenne alla famiglia Chiaramonte, alla quale il
borgo e il feudo vennero confiscati alla fine del Trecento e passarono
sotto la giurisdizione di Guglielmo Raimondo Moncada. Ma questi entrò ben
presto in contrasto con Re Martino, e il feudo venne concesso al figlio
dello stesso Moncada, Ruggero. A questa stessa famiglia, tuttavia, vennero
concessi diversi privilegi, tra cui il diritto di esercitare sul
territorio la giustizia civile e criminale. Nella seconda metà del
Quattrocento, Sant'Angelo Muxaro passò alla famiglia De Marinis. Al tempo
di Pietro Ponzio De Marinis, nel 1511, venne costruito il centro abitato.
Questi eventi favorirono la colonizzazione di profughi albanesi, che
caratterizzò per diversi anni la vita del paese. Nel 1600, la baronia
venne acquisita dai Principi di Castelvetrano, D' Aragona e Tagliavia e
infine passò sotto la giurisdizione del Pignatelli, Duchi di Monteleone,
che la conservarono sino al 1812, quando in Sicilia la feudalità venne
soppressa. Sant'Angelo Muxaro sorge a 300 metri sul livello del mare, al
centro di una ridente vallata. Dista dal capoluogo 30 chilometri. Recenti
scavi archeologici hanno meglio evidenziato, sul territorio, tracce di una
civiltà pre-greca indigena che era presente nella vallata già 4,000 anni
prima di Cristo, Negli ultimi venti anni sono stati trovati molti
interessanti reperti del periodo neolitico. Il materiale raccolto si trova
nel musei archeologici di Agrigento e Siracusa. Nel centro storico del
paese sono da visitare la Chiesa Madre e quella del Carmelo, Le condizioni
economiche sono molto modeste. Il paese conta poco più di 2.000 abitanti.
San Biagio Platani
Questo piccolo centro dell'entroterra agrigentino sorge
su una zona collinare, a piccola distanza dal fiume Platani, da cui prende
il nome. Si trova su un'altitudine di 416 metri sul livello del mare ed ha
una popolazione di poco più di cinquemila abitanti, dedita soprattutto
all'agricoltura. Il feudo di San Biagio, su cui, nei secoli, è nato e si
è sviluppato il borgo, risale, assai probabilmente, all'epoca bizantina.
Recenti scoperte archeologiche sembrano confermare questa dato storico.
Abbondano, infatti, i materiali, risalenti a questa epoca, rinvenuti in
diverse parti della collina. Sappiamo, con maggiore sicurezza che, nel
1677, il feudo apparteneva al barone Don Fabio di Gerardo. A questi
successe Don Pietro Gianguercio e quindi il suo primogenito Mariano, cui
si deve la fondazione del borgo, Mariano Gianguercio, infatti, ottenuta la
licenza di popolare il feudo, vi edificò le prime case rurali e, pochi
anni dopo, anche uno chiesa. Il primo nome del piccolo borgo fu Terra di
San Biagio, in onore del Santa che, da sempre, è stato anche il patrono
dei Sambiagesi. Dalla seconda meta del Seicento, fino al 1716, il borgo
venne acquisito dalla famiglia Ioppolo. In questo periodo la famiglia
Ioppolo detenne la giurisdizione del paese, ma non potè curarne
l'amministrazione direttamente e si servì di governatori che non sempre
hanno lasciato un buon ricordo. La famiglia Bonanno che prese possesso di
San Biagio nella seconda metà del Settecento, provvide a garantire un
governo del paese più stabile. Infine il piccolo centro divenne possesso
della famiglia Gioeni dei Principi di Petrulla e dei Duchi D'Angiò. Nella
prima metà del secolo scorso, il Comune assunse l'attuale denominazione.
Le bellezze artistiche del paese sono costituite, essenzialmente, da
edifici religiosi del settecento, come la Chiesa Madre e la Chiesa del
Carmelo. Di carattere religioso è anche la principale testa del paese,
quella degli Archi di Pasqua, costituita da spettacolari addobbi di pane,
raffiguranti scene sacre.
Sciacca
"Thermae Sellnunllnae" in epoca greca,
"Acquae Labodes" in epoca romana. Così veniva definita, già
nell'antichità, l'odierna "Città delle Terme". Ma oltre che
città termale, Sciacca fu, nel VII secolo a.C., un fortilizio dei
Selinuntini, realizzato su preesistenti insediamenti fenici. Nel III
secolo a.C. era sotto il dominio dei Cartaginesi. Passò successivamente
sotto la dominazione romana e, in epoca imperiale, era nata come stazione
postale. Toccata nel primo cristianesimo dal monaco Calogero, ne conserva
ancora intatto il ricordo, grazie alla bella basilica edificata, in onore
del Santo, sul monte Kronio, dove il monaco visse. Furono gli Arabi,
nell'anno 840, a darle l'attuale nome (in arabo Asc-Scaggah). Il suo porto
commerciava con Tripoli e la Tunisia tutta. Dopo la conquista normanna fu
contea degli Altavilla, divenendo uno dei centri eminenti del potere
normanno. Fu, sottomesso alla "mala signoria" angioina e dopo la
pace di Caltabellotta, fu dominio di Guglielmo Peralta che edificòil
Castel Nuovo. L'evento forse più noto della storia della città è il
famoso "caso di Sciacca". Pretestuoso diverbio fra nobili e
potenti famiglie finito nel sangue, e di cui è stata data una
interpretazione molto romantica.Solo l'intervento delle truppe regie, nel
1550, riportò la pace in queste contrade. Nel Seicento il paese subisce
il dominio ed il fiscalismo spagnolo. Di rilievo è, però, l'opera del
grande mecenate Giovan Battista Perollo. Nel 1720 la città ebbe a
soffrire per l'assedio postovi dagli Austriaci del Seckendorf. La
dominazione sabauda passa senza eventi di grande rilievo, importanti, però,
furono le vicende risorgimentali. Numerosi e illustri furono i patrioti
saccensi. Ci è impossibile qui elencare i molti beni artistici che la
città vanta, tutto il centro Storico ne è ricco. Sotto il profilo
economico e culturale è uno dei centri più importanti della provincia.
La popolazione di quasi 35 mila abitanti, dista 69 chilometri da
Agrigento.
Santa Elisabetta
Santa Elisabetta è stata elevata a Comune autonomo nel
1955. Oggi conta poco più di 3.000 abitanti e si estende su una
superficie di 16,17 chilometri quadrati. Molti sono gli emigranti, oltre 2
000, sparsi in tutto il mondo. La cittadina venne fondata dal nobile
Nicola Montaperto nel 1620 e molto presto vi si insediarono soprattuttto
pastori della vicina Raffadali. Ma la zona è stata certamente abitata in
epoca assai remota. Sul versante settentrionale della vicina collina Kelli
sono state rinvenute, intatte, tombe sicane del primo millennio avanti
Cristo. Ma tutta la zona è di grande interesse archeologico e non
mancano, di anno in anno, spedizioni scientifiche che portano alla luce
reperti interessanti. Nel Medioevo il piccolo centro di Santa Elisabetta
ha avuto una storia piuttosto modesta e legata soprattutto alle alterne
vicende delle famiglie nobiliari che s'investirono dei titoli relativi.
Nel 1649 alcuni cittadini, ai comando di Giuseppe Montaperto, incaricato
dal cardinale Trivulzio di rimettere ordine in Sicilia e ad Agrigento,
infestate di delinquenti, si distinsero per coraggio e fedeltà, tanto che
ottennero dai cardinale vicerè Trivulzio la dilazione di qualsiasi debito
per cui si pagava la decima in favore delle famiglie che andassero ad
abitare quelle terre. Nel 1748 divenne un Ducato e ciò diede maggiore
prestigio al paese, ma non servi a favorire il decollo ecocomico. Santa
Elisabetta ha scritto importanti capitoli nella storia della nascita del
movimento operaio in Sicilia. Nel periodo dei "fasci siciliani"
e durante le lotte contadine del dopoguerra. la città è stata
protagonista di eventi significativi.
San Giovanni Gemini
Posto a 672 metri sul livello del mare, sul versante
orientale del Monte Cammarata, La sua storia è molto recente. Sino al
1812, le vicende di San Giovanni Gemini coincidono con quelle di
Cammarata. Sul territorio su cui sorge il paese, comunque, nel Cinquecento
si trovavano già alcune case ed una cappella dedicata a San Giovanni, la
cui zona residenziale prese il nome. Ciò avveniva al tempo di Federico II
Abatellis, Conte di Cammarata. San Giovanni avvertì l'esigenza
dell'autonomia da Cammarata molto presto. Già alla fine del 1500 erano
sorte discordie tra i residenti delle due zone che popolavano il Monte
Cammarata. Così, nel 1583, Don Ercole Branciforte decise di dividere il
territorio di Cammarata da quello di San Giovanni Gemini e garanti ai due
centri una distinta attività ed autonomia civile e amministrativa. Nello
stesso tempo il borgo di San Giovanni Gemini venne elevato a ducato da
Filippo II di Spagna. Il paese ebbe un discreto sviluppo nel Settecento
quando vennero realizzate molte nuove costruzioni. Dello stesso tempo sono
le numerose chiese ed il Convento dei Cappuccini, arricchito da belle tele
dell'artista Padre Fedele da San Biagio. San Giovanni Gemini conta una
popolazione di poco più di ottomila abitanti, nonostante si contino un
gran numero di emigranti. L'economia del paese, infatti, è piuttosto
modesta e ciò ha costretto diversi sangiovannesi a cercare lavoro
all'estero. La popolazione attiva è distribuita tra l'attività agricola
e quella industriale. Discreta è la pratica dell'allevamento dei bovini e
degli ovini. L'agricoltura produce grano, fave, olive, mandorle, agruml,
frutta, uva. L'artigianato conta diverse aziende.
Siculiana
Sulle origini di Siculiana gli storici non sono
concordi. Alcuni la fanno risalire all'antica Cena, una delle stazioni
dell'itinerario di Antonio, da Agrigento verso la Sicilia occidentale. Per
altri venne fondata dagli Arabi, ma fu distrutto dai Normanni. Così
qualche studioso fa risalire il suo nome al latino Siculi lanua e qualche
altro all'arabo Suq-al-Jani, mercato di Giovanni o Kalat Sugul. Uno dei
primi documenti storici che parlano di Siculiana è un diploma di
Guglielmo I con cui, nel 1161, viene concesso o Matteo Bonello il
"Casale Suguliane in territorio Agrigenti, positum inter Murtilata,
Latoronium, Garchibit et mari". Nel 1296, Federico III d' Aragona
concesse l'investitura della baronia di Siculiana a Federico Chiaromonte
che fu il vero fondatore del paese, poichè attirò verso il casale molti
coloni e, di fatto, lo edificò. Secondo lo storico Tommaso Fazello, il
Chiaramonte ricostruì, innanzittutto, l'antico castello che gli Arabi
avevano edificato sul promontorio di Siculiana e che i Normanni avevano
distrutto. Alla morte di Federico Chiaromonte, erede universale di tutti i
suoi beni venne riconosciuta Costanza. Titolo e proprietà passarono
successivamente ad Antonio Chiaramonte dei Carretto. Le vicende feudali
dei paese subirono una nuova svolta il 27 novembre 1422, allorchè il re
Alfonso il Magnanimo investi dei privilegi Gisberto isfar et Corilles. È
con questo nuovo signore che il caricatore di Siculiana ebbe un certo
sviluppo. L'ultimo erede degli isfar fu Vincenzo Corilies, che vendette la
baronia a Guglielmo Valguarnera. Nel 1695 principe di Cattolica e barone
di Siculiana divenne Vincenzo Bosco, duca di Misilmeri. Unico episodio
storico degno di nota per la piccola cittadina, nel XVIII secolo ha per
protagonista l'Austria. Il caricatore di Siculiana, il 21 marzo 1720,
venne attaccato per terra e per mare dagli Austriaci e alla fine venne
conquistato. Nello stesso anno la baronia era stata assegnata al principe
Francesco Bonanno. Ultimo barone venne riconosciuto Antonio Barone Perez.
Oggi il paese conta quasi 6.000 abitanti, il flusso migratorio è stato
sempre considerevole. La gente di Siculiana si dedica prevalentemente
all'agricoltura e alla pesca.
Santa Margherita Belice
Santa Margherita Belice venne fondata, nel 1575, da
Antonio Corbera su un'antica rocca già abitata dagli Arabi, che avevano
denominato il borgo da loro edificato Manzil el Sindi. Il barone Corbera
ottenuta la licenza di popolare il feudo, diede al nuovo casale il nome di
Santa Margherita Belice. In buona posizione strategica, il paese dominava
anche militarmente la estesa Valle del Belice del Carboi, il borgo venne
fornito di robuste mura e, quando passò sotto la giurisdizione dei
Principi Filangieri di Cutò, vennero costruite diverse nuove case, tra
cui un palazzo passato alla storia per avervi ospitato la regina Maria
Carolina che era fuggita da Napoli. Lo stesso palazzo è stato poi
descritto da Giuseppe Tomasi da Lampedusa nelle sue opere "Il
Gattopardo" e "I ricordi". Purtroppo questo edificio subì
gravi danni, come tutto il patrimonio artistico di Santa Margherita
Belice, a causa del disastroso terremoto del 1968. Crollò anche la bella
Chiesa Madre del Settecento. Moltissimi Margheritesi sono rimasti, per
diversi anni, senza tetto e sono stati costretti a vivere nella
baraccopoli. Naturalmente anche l'economia è stata duramente colpita e
per alcuni settori, in maniera irrecuperabile. L'agricoltura produce grano
duro, olio, mandorle, cereali, agrumi e fichi d'india. Vi sono in attività
botteghe di artigianato artistico per la produzione di sculture e di
campane di bronzo. Santa Margherita Belice è a 465 metri sul livello del
mare in zona collinare. Dista dal capoluogo 110 chilometri.
Santo Stefano di Quisquina
Santo Stefano Quisquina si trova nella maestosa e amena
valle del Magazzolo. Sorge a 732 metri sul livello del mare e dista 73
chilometri da Agrigento. Prima della sua fondazione, alcuni documenti
attestano l'esistenza di un casale Sancti Stephani appartenuto, già nel X
secolo alla famiglia Sinibaldi. Il primo signore di Santo Stefano, di cui
sappiamo il nome, fu Giovanni di Caltagirone, che visse ai tempi del regno
di Federico II di Aragona (1296-1337). A Giovanni successe il figlio
Nicola, che viene ricordato per avere edificato un fortilizio a protezione
del nuovo casale. Ad Antonio Caltagirone seguirono Giovanni e Ruggero
Sinibaldi. Quest'ultimo si ribellò al re Martino d'Aragona ed i suoi beni
furono confiscati e devoluti alla Reale Corona. Ruggero Sinibaldi era
sposo di Maria Guiscarda, parente di Ruggero II, re dei Normanni. Dal loro
matrimonio nacque Rosalia, proclamata santa e patrona del paese. Nel 1396
divenne signore del paese Guiscardo de Agljs. Questa famiglia mantenne il
potere in città sino al 1504 quando l'ultima erede, Giovanna, andò in
sposa a Giovanni Larcan e i Larcan divennero i nuovi baroni del
territorio. Nel 1549 Vincenzo Larcan vendette la baronia e gran parte dei
suoi beni al Protonotaro del Regno di Sicilia, Alfonso Ruiz, che fece dono
della baronia alla madre Elisabetta nel 1574. Essendo, questa, moglie di
Carlo Ventimiglia, nel 1599 ogni diritto transitò alla famiglia
Ventimiglia e Pietro Ventimiglia (figlio di Elisabetta e Carlo) fu
investito della baronia il 16 settembre 1599. Intanto il casale andava
trasformandosi in un vero paese. I Ventimiglia dominarono a lungo,
sopravvissero ancha ad eventi luttuosi. Il paese ebbe un particolare
sviluppo sotto Giuseppe Emanuele Ventimiglia. Assunse definitivamente la
denominazione di S. Stefano Quisquina il 4 gennaio 1863. Sono da visitare
le belle costruzioni del Settecento e in particolare la Chiesa del
Santuario di Santa Rosalia, posto in luogo ameno, ricco di vegetazione e
situato tra i monti Cammarata e delle Rose. Accanto all'eremo si trova la
suggestiva grotta in cui, secondo la tradizione, visse per qualche tempo
Santa Rosalia, il territorio è, in gran parte, adibito a pascolo. Non
manca l'attività artigianale.
Villafranca Sicula
Villafranca Sicula con i suoi 2.000 abitanti, è uno
dei centri più piccoli della provincia di Agrigento. Dista al capoluogo
63 chitometri ed e posto a 375 metri sul livello del mare, sulla collina
litoranea lambita dal Vallone di Mortilla, presso la stretta della valle
dalla quale il fiume Sosio esce con il nome di Verdura. È accertato
storicamente che, al tempo della dominazione normanna, il territorio su
cui oggi sorge il paese di Villafranca Sicula rientrava nella
giurisdizione dell'Archimandrita di Messina, come viene attestato da un
diploma del Conte Ruggero. Fu lo stesso sovrano normanno a concederlo
all'Archimandrita, assieme al casale di Racaldfal (oggi Raffadali). Nel XV
secolo il feudo appartenne alla famiglia Peralta ed Alliata. Fu Antonio
Alliata a costruire sul territorio, nel 1499, un borgo che venne
denominato Villafranca, nome del proprio titoto nobiliare. I primi a
stabilirvisi furono alcune famiglie operaie della vicina Salaparuta, che
lavoravano alle dipendenze di Antonio Alliata. Venne costruito un castello
che purtroppo è stato distrutto dal terremoto del gennaio 1968, così
come la bella Chiesa Madre a struttura cinquecentesca. Oggi rimane
dell'antico paese solo la Chiesa di San Giovanni ad unica navata e la cui
facciata presenta un portale elegante con colonne tortili. Il paese vive
soprattutto dei proventi dell'agricoltura e della zootecnia, ma si tratta
di redditi modesti. Anche le rimesse dei tanti emigranti sono piuttosto
scorse, nel complesso.
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